lunedì 12 maggio 2014

I centri antiviolenza oggi: condivisione, prospettive, politiche

I centri antiviolenza aderenti a D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza si sono riuniti a Reggio Emilia il 10 e l’11 maggio nell’Ostello della Ghiara, luogo suggestivo e accogliente per le oltre centotrenta donne provenienti da tutta l’Italia, riunitesi per confrontarsi sul tema del rapporto tra donne, violenza e istituzioni.

L’esigenza emersa con più forza nell’incontro è indirizzata a valorizzare l’identità dei centri antiviolenza in un momento in cui sia le istituzioni che altre organizzazioni, private e pubbliche, stanno cercando di dare risposte al problema, con obiettivi, prassi e metodi, distanti da quelli dei centri e soprattutto lontani dalla autentica lettura del problema. L’identità dei centri antiviolenza ha ricchezza che nasce dall’analisi e dall’esperienza del fenomeno della violenza maschile e dal riconoscimento della sua natura culturale e strutturale: le radici della violenza maschile sono da ricercare nella disparità di potere tra donne e uomini, lettura accolta dalla Convenzione di Istanbul, che entrerà in vigore dal primo agosto. Per i centri antiviolenza il lavoro di sostegno alle donne che subiscono violenza, che comprende accoglienza e ospitalità, azioni legali a salvaguardia dei diritti delle donne e altri progetti di supporto non è disgiunto dalla lettura politica del fenomeno della violenza e dalla rigorosa analisi critica delle logiche, degli interventi e delle azioni che le istituzioni mettono in campo. La metodologia dei centri è quella che mette al centro dei percorsi e dei progetti la donna valorizzando la sua scelta e la sua decisione, riconfermando la autodeterminazione come principio imprescindibile per la libertà sia dalla violenza nelle relazioni affettive che dalle violenze e le discriminazioni culturali e simboliche. Troppo spesso gli interventi istituzionali sono volti a salvaguardare e a tutelare le donne in quanto soggetti fragili, aumentando la non comprensione del fenomeno nella sua natura. Al centro di questi interventi viene posta frequentemente la famiglia per intero con o senza i figli minori, rendendo, pertanto, più complessa l’azione dei centri nonché il percorso di riconoscimento della violenza e di consapevolezza dei propri diritti per la donna accolta. I centri non sono semplici erogatori di servizi: questo è emerso nel corso della discussione che ha affrontato gli aspetti e le criticità derivanti dalle convenzioni e protocolli con le istituzioni a vari livelli. La complessità e la ricchezza del lavoro dei centri viene sminuita, frammentata e rischia di perdersi nell’ambito dei rapporti formalizzati con enti che appiattiscono ruoli e funzioni dei centri antiviolenza, annullando o indebolendo il progetto politico. Porre un limite alla richieste delle istituzioni che a volte non riconoscono l’originalità dei centri antiviolenza è diventato un’esigenza e una necessità per evitare di disperdere il valore della progettualità politica. Restano ancora in attesa di risposta alcune questioni che D.i.Re ha posto anche di recente al governo Renzi con l’appello dell’8 aprile scorso: - l’interruzione del lavoro dei tavoli della task force interministeriale portato avanti con molto impegno da D.i.Re; - l’elaborazione del nuovo Piano Nazionale contro la violenza; - i finanziamenti di 17 milioni di euro ai centri antiviolenza già stanziati ma bloccati dal nuovo governo Renzi; - i criteri che adotterà il Governo per la definizione di centro antiviolenza e la conseguente destinazione dei finanziamenti. Nei prossimi mesi le istituzioni italiane saranno chiamate ad una piena assunzione di responsabilità politica nei confronti della violenza contro le donne, la Convenzione di Istanbul richiede politiche organiche e strutturali nei confronti del fenomeno e le risposte del Governo non potranno prescindere dalle importanti indicazioni del trattato europeo. A conclusione dell’incontro è stato deciso di creare una scuola o laboratorio di politica dei diritti delle donne itinerante che sia fonte di riflessione continua e rafforzi l’identità dei centri chiamati a fronteggiare i cambiamenti sociali e culturali, senza perdere il legame con la politica di genere e il pensiero femminista.

sabato 10 maggio 2014

La mente dei bambini, il rapporto con la realtà

Si: è un problema di rapporto con la realtà. 

Cari genitori, in questi giorni mi è capitato di girare fra le pagine di facebook di alcune ragazzi e ragazze della nostra scuola. Molte delle foto che ho visto ritraggono soprattutto ragazze (ma non solo) con una forte quanto inconsapevole carica di provocazione sessuale. So bene che le autrici e gli autori di questi autoritratti non comprendono i significati che quelle pose possono assumere, soprattutto se viste da un adulto estraneo - per loro è tutto un gioco virtuale e innocuo. 
Non ho bisogno di ricordarvi che ci sono, là fuori, persone malate e malintenzionate che osservano le foto di vostro figlia con tutt'altro sguardo del vostro. Ma non si tratta solo di questo: si tratta di recuperare un corretto rapporto con la realtà. Noi siamo a disposizione per aiutarvi.
Pier Paolo Eramo (dirigente Scuola Media di ''Fra Salimbene'', Parma)
Un problema di rapporto con la realtà: che oggi è catastrofico. Dal quale scaturiscono un grave malessere collettivo e cattive promesse per il futuro. Un rapporto con la realtà diffuso in modo sempre più endemico e che però - attenzione - non nasce dal caso. Facciamocene una ragione: è un modo di vedere e di pensare voluto, coltivato, perseguito e realizzato con cognizione di causa: 
1. i nostri figli sono nutriti di violenza e di principi autolesionisti dalla tv, dunque in modo "passivo", fin da piccolissimi; 
2. poi, appena in grado di connettersi a un computer, anche in modo interattivo.
Inutile ricordare cose che tutti sappiamo - che sette bambini su dieci navigano ormai sul web e in genere lo fanno autonomamente, ad esempio. Che la confidenza data dai bambini a ciò che non conoscono abbastanza è troppa per definizione - e che dalla rete possono giungere pericoli. 
Ma ha ragione questo preside: il pericolo più grande sta sempre nell'atteggiamento mentale, nelle risorse sui cui, per affrontare i pericoli, ciascuno può contare. La mente è un labirinto, la realtà anche: come non capire che la prima difesa è creare mappe, insegnare a orientarsi? 
Non serve evocare censure ma fare educazione. Di questo parliamo. Battiamo il chiodo. Cosa avrà prodotto nei genitori questo avviso del loro preside? Ci auguriamo non solo uno sguardo veloce sul loro bambino, una ricerca di rassicurazioni individuali. Svegliamoci, c'è tanto da fare! Scuola e genitori si attivino, il più possibile, il più decisamente e  sinergicamente che mai.
C'è tanto materiale in giro.. ma in genere ci si limita a un'occhiata distratta.. qualcuno che si chiede: ma i genitori dove sono? la scuola dov'è? il punto sul "rapporto con la realtà" - per esempio in relazione al bullismo - qualcuno lo fa.. si incontrano riflessioni su ciò che si vuole... suggerimenti su esperienze reali… Andiamo a fondo, di più e meglio, consapevolmente; si può e si deve fare molto, molto di più.

giovedì 17 aprile 2014

Da un gruppo di esperte di informatica un'idea per sostenere i centri antiviolenza

Da qualche giorno è online sul sito stopfemminicidio.it la campagna per la raccolta fondi a favore dei centri antiviolenza aderenti a D.i.Re - Donne in Rete. 
Un gruppo di donne esperte di informatica ha creato una piattaforma che mette a disposizione  l’elenco delle città in cui i centri svolgno la propria attività contro la violenza alle donne, completo di indirizzi dei centri, siti web e di codici fiscali, per coloro che vorranno fare una donazione. Un link permette di informarsi sulle attività svolte dal centro antiviolenza. L’idea, venuta a Sara Porco, web designer e grafica curatrice del sito stopfemminicidio.it, è stata realizzata insieme a un gruppo di donne informatiche delle Girl Geek Dinners, che si sono offerte di dare il loro contributo gratuitamente, a sostegno dei centri antiviolenza. Un aiuto concreto ed un gesto di solidarietà tra donne, in un momento in cui le difficoltà economiche e la carenza di finanziamenti dei centri non sono affatto superate.

mercoledì 16 aprile 2014

Stereotipi di genere? Basta poco per abbatterli

Abbattere gli stereotipi di genere con leggerezza, come se fosse un gioco è possibile. Gli allievi e le allieve della II A dell’Istituto Battaglia di Fusignano (scuola media), nei giorni scorso sono andati in scena con lo spettacolo teatrale Femmine e Maschi, realizzato grazie alla loro insegnante di materie letterarie, Patrizia Randi e a Roberta Xella un’insegnante di musica con esperienze teatrali. Un’ora di spettacolo che porta in scena la storia di una lite tra i ragazzi e ragazze e la scelta di superare il conflitto partendo per un viaggio in una fantastica isola tropicale dove scambiare abiti e ruoli. 
Lo sguardo critico nel viaggio immaginario, è quello di un ragazzo con una madre manager che viaggia su aerei pilotati da donne, ed un papà casalingo che accudisce i figli e prepara pranzo e cena. Sull’isola immaginaria, durante lo scambio di ruoli, i ragazzi e le ragazze dialogano e riflettono. All'inizio del gioco, vestendo i panni altrui, aderiscono ad un modello maschile e femminile caricaturale: ragazzi che indossano boa di struzzo e lunghe collane, ragazze che imitano i maschi “bulleggiando”. Il rispecchiamento fa levare proteste da entrambe le parti: "ma noi non siamo così!". Dopo le proteste e la consapevolezza della grande distanza che può esserci tra realtà e rappresentazione, i pregiudizi e gli stereotipi sono discussi e contestati.
Durante la riflessione collettiva, qualche stereotipo fa capolino di nuovo (come quando i ragazzi riconoscono alle ragazze il pregio di fare bambini) ma questo esercizio educativo può essere nel tempo ripreso e sperimentato nuovamente
Questo lavoro semplice ed efficace, è ispirato ad una lite realmente avvenuta a scuola, lo scorso autunno, tra banchi della II A. Una lite e i ragazzi sbeffeggiano le compagne ancheggiando su inesistenti tacchi, e le ragazze che ricambiano imitando "machi" che ruttano e dicono parolacce. L’insegnante intuisce che c’è la possibilità di stimolare una riflessione sui ruoli maschili e femminili e sui conflitti. Così è cominciato un lavoro di gruppo che ha rivelato come i pregiudizi positivi o negativi, sul genere maschile e femminile, siano fortemente attecchiti tra ragazzi e ragazze. Per mesi l’insegnante ha proposto un laboratorio sulla percezione corporea, la postura, la modulazione della voce, e pian piano è nata l’dea di un testo teatrale che affrontasse in modo semplice e adeguato all’età degli studenti, la questione delle differenze di genere. I ragazzi e le ragazze hanno fatto tutto da soli, hanno scritto il testo e il copione, sempre seguiti dalle “prof” che sono intervenute per invitare a riflettere sulla scelta delle parole e sul significato del ruolo. Dopo mesi di lavoro, Femmine e Maschi è andato in scena divertendo tutti: insegnanti, genitori e pubblico, ma soprattutto "gli attori e le attrici". Un bell’esempio di educazione e di allenamento al senso critico, in un momento in cui sul pensiero della differenza di genere e sull' impegno contro l’omofobia, soffiano veti episcopali, insorgono inquietanti "sentinelle", e si arriva ad opporsi all’educazione al rispetto dell’altro in nome della “difesa di valori tradizionali" o "della famiglia”.

lunedì 7 aprile 2014

Unitevi all'Appello dell'Associazione Nazionale D.i.Re al Governo Renzi

L'associazione nazionale D.i.Re donne in Rete contro la violenza si rivolge al presidente del Consiglio e pubblica un appello, invitando cittadine, cittadini, e parlamentari a firmarlo, affinchè siano mantenuti gli impegni presi dal Governo Letta. 

Dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, e l'approvazione della cosiddetta legge sul femminicidio che era stata criticata fortemente dai centri antiviolenza, lo scorso autunno erano cominciati i tavoli interministeriali per elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza. I tavoli si sono riuniti per due mesi, aprendo un confronto, tra istituzioni ed associazioni, con l'obiettivo individuare azioni, definire protocolli e progetti per prevenire il fenomeno della violenza, sostenere e rafforzare le vittime. D.i.Re vi ha partecipato coinvolgendo le operatrici e le attiviste dei 65 centri antiviolenza che rappresenta, ma con la caduta del Governo Letta, i tavoli non si sono più riuniti e non si sa ancora che ne sarà delle riflessioni e del materiale che è stato prodotto durante quegli incontri. Il precedente Governo aveva stanziato 17 milioni di euro che avrebbero dovuto essere distribuiti tra i centri antiviolenza nel 2013 e nel 2014, come era previsto nella legge sul femminicidio. Ebbene nemmeno di questi finanziamenti si è più saputo nulla. Il governo Renzi, nonostante gli appelli del movimento delle donne e delle attiviste dei centri antviolenza non ha ancora assegnato le Pari Opportunità né ad un ministero né in delega. 
A marzo era stato fatto il nome di Teresa Bellanova che sarebbe succeduta a Maria Cecilia Guerra, occupandosi della delega per le Pari Opportunità, ma anche in questa occasione, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Il Piano Nazionale Antiviolenza attende di essere rinnovato, ancora mancano protocolli omogenei sul territorio nazionale che rispondano adeguatamente alle donne che denunciano violenze, ancora ci sono solo 500 posti letto per le vittime e i loro figli, contro i 5mila500 previsti dalle direttive europee, e ancora i centri antiviolenza combattono giorno dopo giorno con la manzanza di finanziamenti e sopravvivono spesso grazie all'autotassazione delle attiviste. 
Nulla è cambiato da quando l'estate scorsa è stata ratificata, con il voto unanime del Parlamento, la Convenzione di Istanbul. Un atto che resterà una delle tante operazione di facciata, se non si manterranno gli impegni presi applicando le sue direttive. 
Il governo Renzi ancora non ha dato alcuna risposta, non l'ha data alle attiviste dei cenri antiviolenza e del movimento delle donne, non l'ha data alle donne che in Italia subiscono violenze e maltrattamenti. 
Unitevi all'appello! Lo trovate scaricabile QUI. Per aderire basta comunicare la propria adesione scrivendo a: direcontrolaviolenza@women.it
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domenica 6 aprile 2014

In ricordo di Nicoletta Livi Bacci

Con grande dolore diciamo addio a Nicoletta Livi Bacci.
Nicoletta è mancata improvvisamente il 5 aprile, lasciando un grande vuoto nelle donne dei centri antiviolenza e non solo. 
Ha dedicato tutta la sua vita all'impegno contro la violenza alle donne perchè in questo Paese pigro e conservatore, si diffondesse una cultura di genere che spazzasse via pregiudizi e discriminazioni sessiste e misogine. Era stata fondatrice, insieme a Catia Franci, dell'associazione Artemisia, e ne stata presidente per diciassette anni. Era un punto di riferimento per la rete nazionale dei Centri Antiviolenza e per il movimento delle donne. Insieme ad altre compagne ha creduto e voluto che i centri antiviolenza si costituissero in una associazione nazionale e non è un caso che si debba a lei la felice intuizione del nome dell'associazione D.i.Re. La sua intelligenza e le sue riflessioni sempre lucide e profonde ci mancheranno, come la pacatezza con la quale interveniva alle assemblee, sempre dopo aver ascoltato con attenzione le altre compagne. Porteremo sempre con noi il ricordo della sua solarità e del suo sorriso.

venerdì 4 aprile 2014

Switch-Off: progetto Daphne rivolto agli orfani di femminicidio


In Italia dal 2001 al 2011 dono stati 1459 i femminicidi maturati in ambito familiare (dati ricerca Eures del 2012 sul femminicidio) e si stima che siano circa 1500 gli orfani sopravissuti all'uccisione della madre per mano del padre o di un partner. Ma otto volte su dieci, l'autore del femminicidio è proprio il padre che si suicida o viene condannato per il suo crimine.
A livello territoriale, il femminicidio avviene principalmente nelle regioni del nord Italia, e l'Emilia Romagna è la seconda regione (dopo la Lombardia) con maggior numero di femminicidi: 128 nel decennio compreso nella ricerca Eures, pari all'8,8% del totale.
Che cosa ne è dei bambini e delle bambine, o degli adolescenti sopravvissuti? Chi si cura di loro? Chi li aiuta a superare un trauma così devastante che li sradica dalle loro esistenze? Questo progetto ha l'obiettivo di dare delle risposte ma chiede la partecipazione di chi visse quel trauma nell'infanzia o nell'adolescenza e oggi da adulto può dare il suo contributo. Come? Raccontando la sua esperienza.
Dallo scorso autunno, il Dipartimento di psicologia della Seconda Università di Napoli con la collaborazione dei centri antiviolenza D.i.Re, sta realizzando il progetto Switch-Off , (Supporting WITness Children Orphans From Feminicide in Europe) un progetto internazionale che coinvolge anche gli Stati di Cipro e della Lituania con lo scopo di contattare coloro che da bambini o adolescenti vissero questa esperienza tragica. L'equipe di esperti che sta raccogliendo le loro testimonianze, vuole capire se le risposte istituzionali, sociali e familiari furono adeguate, se negli anni del buio improvviso, di quella frattura nelle loro vite, furono aiutati adeguatamente. Anna Baldry, è la psicologa e la coordinatrice del progetto che ha già raccolto molte testimonianze. Ha ascoltato esperienze differenti ma tutte con un comune denominatore: l’inadeguatezza delle risorse messe in campo per aiutare le vittime. Spesso i familiari che hanno avuto in affidamento gli orfani sono stati colpiti anche loro dal lutto, ed hanno bisogno di elaborare dolore e disperazione, ecco che la responsabilità di curare, assistere e sostenere i figli delle vittime può, in alcuni casi, essere un onere complesso da sopportare, e sono necessari aiuti e progetti adeguati. In alcuni casi la scomparsa di entrambi i genitori causa una peggioramento delle condizioni economiche per i figli, e minori risorse economiche condizionano o appesantiscono gli anni successivi al trauma. E’ necessario pensare progetti e mettere in campo azioni e interventi adeguati per ridurre il più possibile il devastante impatto negativo del trauma, scoprire le reali necessità e bisogni di bambini e adolescenti vittime di femminicidio, preparare raccomandazioni e linee guida da diffondere a livello europeo per affrontare il problema in maniera efficace. 
Gli adulti che hanno vissuto questo trauma durante l’infanzia o l’adolescenza, e che desiderano contribuire al progetto Scwith-off, possono raccontare la loro esperienza contattando la coordinatrice del progetto, Anna Baldry, scrivendo a info@switch-off.eu. Saranno garantiti anonimato e riservatezza.