domenica 8 marzo 2015

8 marzo: il suo senso sta nella Storia, e nelle Resistenze di ieri e di oggi

8 marzo si, 8 marzo no? La domanda è diventata un tormentone da parecchi anni e anche nel 2015 il dubbio si ripropone. Ha senso commemorare la Giornata Internazionale della Donna? Si, no, forse… La mimosa è bella col suo colore e profumo così intensi - macchédici, puzza! ..e così via.
Credo che (anche) per dare un senso all’8 marzo non dobbiamo stancarci di ricordare le discriminazioni feroci che miliardi di donne subiscono oggi, nel mondo. Come italiane dobbiamo tenere d'occhio la triste misoginia, malattia endemica nel nostro Paese,  difficilissima da debellare e  soprattutto dobbiamo riallacciare i fili della memoria. Oggi è il quarantennale dell'8 marzo 1975 - momento storico per le conquiste delle donne italiane - potremmo intanto partire da qui: 


Ma - a parte che le lotte per i diritti femminili sono lotte di civiltà nell'interesse di tutti - le donne non hanno lottato solo per sé stesse. Nella storia  dell'umanità ci sono state molte Resistenze, le donne vi hanno partecipato ma sono state cancellate dal ricordo, sputate fuori come corpi estranei e relegate all’invisibilità. 
I pregiudizi, il narcisismo e la gelosia maschile, il linguaggio e la cultura patriarcale le volevano tra le mura domestiche a occuparsi di figli e mariti anche quando dalle quattro pareti  erano uscite. Nei secoli le donne hanno trovato le occasioni per muoversi e quando  lo hanno fatto non è stato solamente per aiutare gl uomini ma per conquistare qualcosa per sé stesse nella speranza che le lotte e le Resistenze  per la libertà e la dignità dei popoli potessero includere anche le libertà e dignità femminili.
Ce lo ricorda la mostra Al Tabàchi, su I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) nella Resistenza ravennate, organizzata dall’Udi di Ravenna  e curata da Roberta Errani; come nota Ombretta Donati. “Fa strano, ma la maggior parte dei racconti di quegli anni sono proprio le donne a lasciarli in eredità, seguendo una sorta di linea matrilineare con la quale molte di noi sono cresciute, che ci ha spinte a confrontarci con i diversi aspetti che ci caratterizzano, che ci porta ogni giorno a prendere decisioni, scegliere da che parte stare e ad essere consapevoli che, senza l’attività di queste donne, oggi non avremmo una stanza tutta per noi” sono le parole con cui le curatrici della mostra hanno commentato il lavoro di recupero della memoria del ruolo che le donne ebbero nella Resistenza. (E' esposta a Massa Lombarda nella sala del Carmine grazie all'Udi massese).
I GDD furono un appello alle donne di ogni condizione di opporsi al nazifascismo.  Nella Provincia di Ravenna furono settemila ma si ricordano i nomi e i volti di solo 1240. Svolsero diversi compiti: staffette, informatrici, portaordini divulgatrici di informazioni o riflessioni politiche con volantini, nascosero partigiani, manifestarono per ottenere la liberazione di quelli  incarcerati, rischiarono  la tortura e la  vita. 
Dopo la guerra, come sempre accade alle donne, il loro ruolo venne svilito.  La narrazione fu  sul “contributo” femminile alla Resistenza o di “aiuto” agli uomini suscitando la rabbia di molte di loro.  “Nei GDD – disse Ida Camanzi staffetta della 28^ brigata col nome di Ilonka – noi pensavamo al dopoguerra, al diritto di voto, al diritto al lavoro e di studio, agli asili per i bambini, guardavamo lontano”.
Il diritto allo studio (scuola elementare) era arrivato nel 1861 con l’Unità d’Italia, quello ad entrare nelle Università nel 1878 (ma gli uomini si erano “dimenticati” di varare una legge sull’accesso alle donne alla scuola secondaria). Nel 1919 le italiane avevano ottenuto la personalità giuridica ma la strada per l’uguaglianza nei diritti era lunga e difficile da percorrere e le donne lo sapevano: non votavano, non avevano opportunità di lavoro o di pari salari, l'accesso allo studio era ancora per poche e  il loro ruolo era quello di occuparsi della famiglia.
Nel dopoguerra, forti della partecipazione attiva nella Resistenza, entrarono nell’assemblea Costituente: solo 21 donne su 556 eletti. Sibilla Aleramo a quel tempo disse che “si dovevano toccare gli abissi dell’orrore e della tragedia perché gli uomini si convincessero a chiedere l’aiuto delle donne nella società e nella politica”.
E come vennero accolte dagli uomini? Non molto bene, se si ricorda l’intervento di Angela Guidi Cingolani che  in aula si indignò per le parole di uno dei costituenti e rispose che la sua prima battaglia sarebbe stata “contro i pregiudizi sulle donne e la volgarità che qualche volta cade come sasso anche in quest’aula”.  
Ma la misoginia non le scoraggiò affatto.
Claudia Bassi Angelini, storica della Resistenza delle donne ravennati, ha ricordato che nelle commissioni dell’assemblea costituente quelle  Diritti e Doveri dei Cittadini (Nilde Iotti) e Diritti e Doveri Economici e Sociali (Maria Federici, Teresa Noce e Angelina Merlin) la presenza delle donne fu significativa per i decenni che seguirono. Fu solo grazie alla loro caparbietà se l’articolo 3 ha incluso il sesso tra i fattori di discriminazione da eliminare per l’uguaglianza dei cittadini (i padri costituenti da quell'orecchio proprio non volevano sentire) e se dagli articoli 38 e 51 vennero eliminati i riferimenti alle attitudini o al ruolo familiare che avrebbero penalizzato le donne nuovamente, aprendo le porte ad un percorso di uguaglianza nei diritti che altrimenti sarebbe stato ancora più difficile.
E furono sempre loro, le donne - tra quelle che fecero la Resistenza - che poi divennero Costituenti, che introdussero la mimosa e sostennero la ricorrenza dell'8 marzo.
Vi auguro un buon 8 marzo.

Donne. Vedendo le loro foto e leggendo sui pannelli della mostra le parole che rievocavano fatti tragici e atroci mi sono venute in mente le donnedi Kobane e la loro resistenza contro i terroristi dell’Isis, donne che si sono battute per liberare il loro Paese ma anche loro stesse. Una vittoria che è passata sotto traccia ed è stata quasi ignorata dai media

sabato 7 marzo 2015

Le lotte e le speranze delle donne: i dati della violenza contro le donne del Coordinamento dei Centri antiviolenza emiliano romagnoli


Un 8 marzo di lotte e di speranza così il Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell'Emilia Romagna ha commentato la giornata internazionale della donna.  Tra passi avanti e battute d'arresto, una maggiore sensibilità al problema della violenza contro le donne e il back lash  che sta erodendo diritti che erano stati acquisiti nel secolo scorso, il giorno della donna arriva tra lotte e speranze.
I centri antiviolenza - spiega Samuela Frigeri avvocata e presidente del Coordinamento - sono diventati presidi a forte valenza pubblica, pur nel rispetto della autonomia delle associazioni che li hanno costruiti e resi competenti ad affrontare la complessità del fenomeno della violenza di genere. Sono cresciute collaborazioni e convenzioni con le istituzioni locali, ma ancora in una logica differenziata per territori. La recente assegnazione alle Regioni dei fondi nazionali 2013 - spiega - ha messo in luce che non ovunque le risorse aggiuntive sono state destinate ad accrescere e qualificare l’offerta di aiuti alle donne, come i fondi nazionali prefiguravano. Manca una visione condivisa del ruolo dei centri antiviolenza e delle risorse necessarie a renderli luoghi efficaci ed utili per il benessere sociale delle donne, e a liberarli da una annuale precarietà che rischia di indebolire un modello faticosamente costruito nel tempo. I centri antiviolenza continuano a rappresentare per tutte le donne che sperimentano la violenza dei piccoli fari nell’oscurità. L’augurio è che in futuro le risorse destinate al contrasto e alla prevenzione della violenza contro le donne siano tali da consentire ai centri di lavorare sempre meno nell’oscurità e con sempre maggiore efficacia, in accordo e sintonia con le Istituzioni locali, garanti del benessere delle comunità. 
Nel corso del 2014, sono state 3298 le donne che si sono rivolte ai 13 centri che compongono oggi il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna. Per la maggior parte (90%), si tratta di donne vittime di violenza. Per quanto riguarda i nuovi contatti, le donne che nel 2014 si sono rivolte per la prima volta a uno dei centri antiviolenza indicati, a motivo delle violenze subite, sono in totale 2474. Rispetto al 2013, l’aumento è di lieve entità, pari al 3,1% (74 donne); rispetto all’anno precedente, il 2012, le donne aumentano invece del 15,7% (336). Le donne accolte dai centri sono in maggioranza italiane, ma la percentuale di donne straniere è decisamente significativa. Anche nel 2014, così come negli anni precedenti, la percentuale delle donne nuove accolte che hanno subito violenza, provenienti da altri paesi, si aggira intorno al 35%. Sono esattamente il 35,9%, pari a 869 donne. Le donne italiane rappresentano il 64,1% (1553). La percentuale di donne straniere si mantiene stabile nel tempo ed è superiore di più di 20 punti alla presenza di donne straniere fra la popolazione femminile regionale. Da una parte, questi dati vanno letti positivamente, come il segno che i centri antiviolenza sono accessibili anche a donne svantaggiate dalla scarsità di risorse e reti e dalle differenze linguistiche. Dall’altra, resta il fatto che la maggiore presenza di donne straniere può trovare una spiegazione anche nella gravità della situazione di violenza o bisogno in cui si trovano, e nel fatto di essere spesso prive di una rete informale di sostegno. Le donne accolte con figli o figlie sono il 79,3% (1815) e hanno in totale 3163 figli/e. Circa la metà dei figli/e delle donne accolte, il 50,9%  (3163) è stato vittima di violenza diretta o assistita, in totale 1611. Le donne ospitate nelle case rifugio e nelle altre strutture dei centri antiviolenza del coordinamento regionale, sono state 188; i figli/e 203. Rispetto al 2013 si registra un aumento tanto delle donne ospitate che dei figli/e: sono aumentate infatti di 25 unità le prime (pari al 15%), di 16 unità i secondi (pari al 9%). L’aumento delle donne ospitate, che si registra negli ultimi anni, riflette tanto il numero maggiore di centri che fanno parte del coordinamento regionale, quanto il fatto che i centri antiviolenza si sono dotati di strutture più numerose e diversificate, in grado di rispondere ai bisogni delle donne.



giovedì 5 marzo 2015

Aborto: 10 marzo a Strasburgo il voto sul rapporto Tarabella

Ci siamo. Il 10 marzo il Parlamento di Strasburgo voterà il Rapporto  sulla parità di genere, la salute riproduttiva delle donne e l'accesso agevolato alla contraccezione e all'aborto. Il documento, proposto il 20 gennaio scorso da Marc Tarabella,  deputato socialista belga, insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene peraltro le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità  in materia sessuale e riproduttiva. Il testo di Tarabella per rafforzare la tesi dell'importanza di leggi che tutelino al salute riproduttiva delle donne cita uno studio dell'OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) del 2014; che, mentre rileva tassi di aborto simili, nei paesi in cui la pratica è legale e quelli in cui è vietata, ma tassi ancora più elevati in questi ultimi, in cui inoltre sono più alti irischi di vita e danni alla salute delle donne. 
Il rapporto ha già suscitato le reazioni delle forze politiche conservatrici, sia in Europa che in Italia. La Federazione della FAFCE  (Associazioni Familiari Cattoliche)  ha raccolto 50 mila firme  per dire no! alle procedure legali per l'aborto e i Paesi che non  hanno legislazione in materia di interruzione di gravidanza hanno contestato fortemente il documento: se dovesse essere approvato riguarderebbe ogni Paese dell'Unione Europea. Per questo i cattolici e i conservatori cercheranno di  bocciare il rapporto Tarabella, così come nel dicembre del 2013 riuscirono a bocciare  la risoluzione Estrela su Salute e diritti sessuali riproduttivi per soli sette voti: una bocciatura - per 334 voti contro 327, che si deve soprattutto all'astensione di 6 eurodeputati del Pd. Ma ci fu ancora un precedente tentativo di agevolare l'accesso all'aborto medicalmente assistito per le donne europee: nel 2010, la laburista inglese Christine McCafferty presentò al Consiglio d’Europa una proposta contro l’uso sregolato dell’obiezione di coscienza. Questa, però, venne bocciata nel 2012: al suo posto venne approvato un documento che tutela ancor più il diritto alla obiezione di coscienza - e come tale ancor più lesivo del diritto di scelta delle donne. Fino ad oggi le forze progressiste a Strasburgo hanno perso la partita sul campo della salute riproduttiva delle donne; quindi non c’è da sperare per il meglio. Se si conta sul voto del Pd non si può essere ottimisti perché, a capo della delegazione che si sta confrontando sul testo con altre forze politiche europee, c’è Patrizia Toia: proprio una fra gli eurodeputati che, con la loro astensione, nel 2013, fecero bocciare la risoluzione Estrela.

In Italia la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi) si è appellata a Matteo Renzi perché il Pd non tradisca ancora le donne e in una conferenza stampa organizzata insieme a Noi Donne, Agite e Vita di  Donna che si è svolta alla Camera il 3 marzo scorso, ha rinnovato l’appello al Pd perché  gli eurodeputati votino a favore del rapportoTarabella.
La situazione nel nostro Paese è critica. Uno studio (ecco il link per leggerlo in italiano) realizzato nel 2013, promosso dalla IPPF EN (Internationale Planned  Parenthood Federation - Europea Network) pone il nostro Paese al penultimo posto della graduatoria europea sulle politiche in tema di salute riproduttiva e al terzultimo posto per la sensibilizzazione e l’istruzione degli  operatori. Poi c’è il drammatico problema degli obiettori di coscienza tra il personale medico: in  molte strutture sanitarie, il livello degli obiettori ha raggiunto la soglia dell’90%, rendendo molto difficile la piena applicazione della legge 194; infine, tra le giovani si sta diffondendo la deriva farmaceutica dell’aborto clandestino. Proprio ieri una ragazza di soli 17 anni è stata ricoverata a Genova in gravi condizioni a causa di una emorragia: aveva assunto il Cytotec, farmaco contro l’ulcera che può provocare l’aborto. In Italia soffiano venti di “restaurazione” che hanno indebolito i diritti delle donne. La domanda della Laiga: il Pd tradirà ancora le donne? Ci sembra, oggi,  tristemente retorica. 
L'eurodeputato socialista Marc Tarabell

sabato 14 febbraio 2015

One billion Rising Revolution a Bologna: unit* contro la violenza

Oggi, San Valentino, è la giornata di #OneBillionRising: da 3 anni mobilitazione mondiale contro la violenza sulle donne. A Bologna: alle 14.30 ci ritroviamo in piazza Maggiore per prepararci; alle 15.00 Flash Mob; poi 15.15-16.00 Balliamo con il gruppo di percussioni brasiliane Afroeira; alle 16.00 ancora Flash Mob; alle 16.15-17.00 Drum circle con tamburi sciamanici e con il Labotatorio Sociale Afrobeat…

Alle 17.00 ancora Flash Mob; alle 17.15-18.00 Lezione aperta di samba con il gruppo di musica brasiliana Sambaradan; alle 18.00 ancora Flash Mob e dalle 18.15 Corteo da Piazza Maggiore al Parco della Montagnola (via Indipendenza). Alle 19.00 Festa di One Billion Rising Revolution al Parco della Montagnola all'aperto. Organizza la Casa delle donne per non subire violenza Onlus
Ricordiamo che oggi è anche la giornata di #LoStessoSi, campagna per uguali diritti promossa dalle associazioni gay. A loro tutta la nostra solidarietà. Una solidarietà dal di dentro: perché molte di noi siamo loro, e perché le discriminazioni che colpiscono loro sono frutto dello stesso patriarcato che colpisce noi
Eppure, #LoStessoSi è stata purtroppo organizzata, nelle piazze, senza coordinamento con #OneBillionRising. Approfittiamo quindi anche per lanciare un invito: facciamo più rete, uniamoci di più, non contrapponiamo diritti che sono, in tutto e per tutto, parte dello stesso diritto.

La Casa è un'associazione senza fine di lucro che, nata da un gruppo di donne femministe con il progetto di un centro antiviolenza in grado di accogliere e aiutare concretamente le donne  colpite da violenza, ha aperto il centro è aperto dal 1990, e ha ottenuto il riconoscimento giuridico nel 2010. Nel Centro d'accoglienza pubblico di via dell'Oro 3 a Bologna le donne possono trovare questi servizi:
colloqui telefonici;
colloqui individuali personali per progettare un percorso di uscita dalla situazione di violenza;
gruppi di sostegno;
informazione e consulenza legale;
accompagnamento ai servizi socio-sanitari;
sportello di orientamento e accompagnamento al lavoro;
sostegno alla genitorialità per madri, e per coppie di genitori le cui figlie minorenni subiscono violenza dal partner;
sostegno psicologico ai minori vittime di violenza.
Nel centro pubblico hanno inoltre sede il Settore formazione e il Settore comunicazione e promozione culturale per le attività di sensibilizzazione e diffusione.
Nelle Case rifugio le donne possono trovare ospitalità sole o con i/le loro figli/e minori durante il percorso di uscita dalla violenza.

giovedì 12 febbraio 2015

Stupro a Rende, il centro antiviolenza Lanzino denuncia slut-shaming nei confronti della donna


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A Rende in provincia di Cosenza una donna denuncia uno stupro e la reazione sessista di una parte della collettività non tarda a farsi sentire. Il processo sommario nei confronti della donna che ha denunciato è già cominciato. L’imputata è lei, le sue abitudini, il suo modo di vestire. Se nei confronti del presunto colpevole si chiede a gran voce (e a  ragione) che non si sbatta “il mostro” in prima pagina con tanto di foto, nome e cognome ma si attenda l’esito del processo, il verdetto nei confronti della donna da una parte della cittadinanza è stato già pronunciato ed è quello di colpevolezza.
Il Centro antiviolenza Roberta Lanzino ha espresso solidarietà alla vittima di stupro e a tutte le donne che si trovano a vivere una situazione di violenza e a subire vittimizzazione secondaria. Si chiama slut-shaming la dinamica sociale che si ripete ancora troppo spesso in queste circostanze, una sorta di lapidazione collettiva nei confronti delle donne che denunciano violenze e le parole possono essere pietre, lo sappiamo.
Se per affermare la colpevolezza dell’uomo aspettiamo che il processo abbia luogo e si analizzino fatti e prove, la colpevolezza di lei – dicono le donne dell’associazione Roberta Lanzino - è già decisa dalla voce maggioritaria dell’opinione pubblica, avvalorata di solito dall’evidenza dell’immoralità di lei, della sua faciloneria, della minigonna troppo corta, del tasso alcolico troppo elevato, dell’accento troppo straniero, del borsellino troppo vuoto, finanche della bellezza non proprio evidente (leggi; è anche brutta chi mai la toccherebbe. E se così fosse, dovrebbe ringraziare per le attenzioni). Il tutto contrapposto alla solida moralità e irreprensibilità di quel caro bravo ragazzo. A meno che, talvolta, non abbia anche egli un accento troppo straniero e un borsellino troppo vuoto”.
La violenza contro le donne è una fenomeno strutturale, trasversale ed  è una violazione dei diritti umani eppure non è ancora maturato profondamente nella coscienza collettiva quel cambiamento che possa far abbandonare i pregiudizi nei confronti di tutte coloro che la denunciano e la rivelano.
@Nadiesdaa

lunedì 19 gennaio 2015

Femminicidio: la Regione Puglia parte civile in un processo

La Regione Puglia per la prima volta si è costituita parte civile in unprocedimento penale per femminicidio insieme al centro antiviolenza Safiya di Polignano a Mare  e all’associazione Giraffa. Lo scorso novembre è cominciato il processo ad Antonio Colamonico accusato dell’uccisione di Bruna Bovino avvenuta  il 12 dicembre 2013 in piccolo centro estetico a Mola di Bari. Ripetendo un copione purtroppo visto molte volte, una parte della stampa aveva offuscato il ricordo della vittima rispecchiando i pregiudizi culturali che nella società italiana come nelle altre, rimuovono la violenza di genere e colpevolizzano le vittimeGrazie alla costituzione di parte civile della Regione Puglia e delle associazioni Safiya e Giraffa la realtà delle radici culturali della violenza di genere  sarà affermata in maniera ancora più forte in un aula di tribunale e potrà sensibilizzare l’opinione pubblica e cambiarne la percezione nei confronti di questo crimine.
Trent’anni di impegno delle associazioni di donne sul tema della violenza di genere hanno dato risultati. Oggi la costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia è prevista in un articolo dellalegge regionale contro la violenza di genere varata l’estate del 2014.

Il 13 gennaio scorso la Corte D’Assise ha accolto le richieste della Regione e delle due associazioni nonostante le opposizioni dei legali dell’imputato che non ritenevano femminicidio la morte di Bruna perché non era stato conseguenza di un’aggressione sessuale e perché sarebbe stato discriminatorio nei confronti degli uomini o di qualunque altro omicidio. Il pubblico ministero invece si era opposto solo alle richieste delle associazioni Safiya e Giraffa perché i loro interessi sarebbero stati tutelati dalla Regione. Ma le motivazioni di Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna che tutela gli interessi del Centro Antiviolenza Safiya, hanno convinto i giudici. La legale  ha spiegato che nel nostro ordinamento anche reati “neutri” come l’omicidio e le lesioni possono essere considerati forme di violenza sulle donne proprio perché inclusi nella definizione adottata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013  e l’Associazione Safiya è portatrice di un danno diretto derivante dal femminicidio di Bruna Bovino perché oltre alla lesione del diritto alla vita della donna a cui è stata usata violenza diretta ad ucciderla, il femminicidio costituisce una profonda ferita per la società tutta. Nel momento in cui a una donna, nell’ambito di una relazione sentimentale, non viene riconosciuta la dignità di persona, ed in quanto tale viene fatta oggetto di violenza, fino alla morte, ricercando poi l’impunità per il delitto commesso, l’intera collettività è responsabile per l’eliminazione di quella cultura e di concezione distorta delle relazioni che ancora oggi minano l’autodeterminazione, la libertà e finanche la vita delle donne.
Safiya sta aiutando anche le famigliari di Bruna Bovino e sta sostenendo  le spese legali e per questo ha chiesto la solidarietà delle cittadine e dei cittadini di Polignano a Mare, delle Istituzioni, dei Centri Antiviolenza della rete regionale e nazionale, delle associazioni di donne, di tutte e tutti coloro che vogliono sostenere la battaglia contro il femminicidio, perché venga ribadito il diritto alla libertà  delle donne e si spazzi via l’arcaica convinzione che  sia giustificabile l’uccisione  di una  donna che rivendica le sue scelte o che entra in conflitto con un uomo o con gli schemi imposti dalla società.

martedì 4 novembre 2014

Rimini, nel nome delle donne

Inaugura sabato 8 novembre, e resterà aperta un mese, la mostra Rimini nel nome delle donne: pensata e curata da donne per restituire una lettura del territorio capace di dare riconoscimento alle figure femminili della storia.
Tra le principali promotrici del progetto Irina Imola (Assessora ai Servizi Generali di Rimini), che dice: "Attraverso una ricostruzione storica e iconografica sapientemente organizzata si riuscirà a comprendere la straordinarietà delle donne, alle quali, durante gli anni, Rimini ha dedicato propri spazi urbani. Figure femminili più o meno conosciute ma tutte ugualmente capaci di lasciare un segno importante attraverso il loro essere-nel-mondo. Donne che hanno “segnato una strada” e alle quali oggi sono dedicate vie, parchi, rotonde e percorsi. Sempre al cammino mi riferisco: a quello di essere arrivate a rendersi evidenti al mondo quando il mondo era dominato da un imperante pensiero che le relegava in una condizione subalterna e al cammino che, ancora oggi, dobbiamo compiere per affermare, come direbbe Hannah Arendt, il nostro “chi” irripetibile, nel confronto con l’unicità dell’altro. Per le donne qualsiasi tempo è stato un tempo difficile e nemmeno oggi, dopo tante battaglie di civiltà e diritti, la donna è immune da catalogazioni, prevaricazioni, violenze. È anche per questo che ogni nostra azione deve tendere a ripristinare o a raggiungere la parità dei diritti e delle opportunità in ogni ambito. La Toponomastica può compiere un’operazione morale e intellettuale fondamentale: sottrarre all’oblio e alla non conoscenza la memoria di tante donne della storia. E oggi quali strade dovremmo percorrere per costruire il mondo che vorremmo? Io credo le sole che conducano ad un cammino di inclusione, equitá, giustizia e libertà, in cui ogni individuo può vivere il suo ruolo nel mondo, in quello spazio pubblico, aperto e plurale, per la cui esistenza varrà sempre la pena combattere e che qui celebriamo. È su queste premesse che abbiamo intrapreso, per le intitolazioni della nostra città, un cammino di parità”.
Non per niente Irina Imola fa parte, fin dalle sue origini, del gruppo della Toponomastica Femminile.

Dall'8 novembre 2014, al Palazzo del Podestà, piazza Cavour, Rimini.