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giovedì 13 aprile 2017

Centri antiviolenza, un uomo viaggia alla ricerca di ‘altre stelle’

Una acrobata che volteggia nell’aria, avvolta in un drappo di stoffa, rappresenta egregiamente l’impegno delle attiviste dei Centri antiviolenza, ma anche le risorse che le donne vittime di violenze mettono in atto per uscire da inferni quotidiani. 

La foto (La risalita, 2014, di Michela Ferrara) è la copertina di Altre stelle – Un viaggio nei centri antiviolenza, scritto da Luca Martini per le edizioni Mimesis con la prefazione di Riccardo Iacona e la postfazione di Anna Prahamstraler, vicepresidente di D.i.Re.
BolzanoBresciaRiminiLuccaL’Aquila e Catania: queste le mete attraverso cui si snoda l’itinerario di Luca Martini che, bussando alla porta di sei Centri antiviolenza della rete D.i.Re, cerca di capire chi siano le attiviste e che cosa le animi. E’ la cronaca di un percorso educativo, di una presa di coscienza sul fenomeno della violenza maschile e sulla realtà vissuta dalle donne che ne combattono pregiudizi, rimozioni e stereotipi.
“Ho scelto di incontrare le attiviste dei Centri antiviolenza grazie a Riccardo Iacona perché mi convinsi dopo aver visto una puntata di Presa Diretta nel 2013″, dice l’autore che fin dalle prime pagine si domanda: “E qual è allora il ruolo degli uomini in questo scenario? Non essere violenti certo sembrerebbe già un primo passo. Ma il passo decisivo è la partecipazione al percorso per questa parità negata, nella condivisione dei valori e dei progetti, con l’ampia, necessaria consapevolezza del proprio ruolo. Che non è passivo, non è contemplativo, ma non è nemmeno di leadership come da millenaria esperienza usurpatrice. E’ di collaborazione fattiva, è di ascolto, è di supporto e poi, certamente, è da protagonista nelle proprie scelte di vita”.
Quella puntata dedicata alla Strage di donne ha spinto Martini a scoprire chi abita i luoghi femministi che da trent’anni in Italia accolgono le donne in fuga dalla violenza.  Ne è emerso il ritratto di luoghi vitali, creativi, animati da un’irriducibile passione politica e dal desiderio di libertà e giustizia delle donne, a dispetto delle difficoltà e della cronica ambivalenza dello Stato che è presente e assente, che vuole affrontare il problema e poi lo rimuove, che coinvolge i Centri antiviolenza per i loro servizi, ma poi rifiuta la loro lettura del femminicidio.
Le donne di Rompi il silenzio (Rimini) svelano che la “fortuna” di operare in una realtà ricca delle precedenti esperienze di altre associazioni emiliano romagnole, non le ha agevolate particolarmente. Hanno dovuto lavorare per ben tre anni prima di essere accolte dalle istituzioni locali per diventare, grazie alla tenacia e al valore della loro esperienza, interlocutrici autorevoli nel contrasto alla violenza contro le donne. Le donne dell’associazione Gea (Bolzano), ricevono sostegno dalle istituzioni grazie a una legge provinciale fin dal 1989, eppure si scontrano ancora con il pregiudizio di quei concittadini convinti che la violenza riguardi soprattutto immigrati e fanno i conti, talvolta, con i pregiudizi sulle femministe. Sabrina dice: “Finché dovremo mettere in evidenza il fatto che noi abbiamo nelle relazioni assolutamente serene con i nostri compagni, significa che siamo davvero indietro rispetto a dove dovremmo essere. Perché pare proprio che si debba spiegare che non siamo animate da sentimenti contro gli uomini, che non siamo esseri asociali. Questo renderci riconoscibili in tal senso, è un segno di diffusa inadeguatezza sociale. Così come si deve sempre specificare che non tutti gli uomini sono violenti. In realtà proprio la necessità di questa specificazione è quasi frustrante”.
Il libro racconta delle acrobazie della Casa delle donne (Brescia) e  Thamaia (Catania) che vanno avanti con scarsissimi finanziamenti e continuano ad accogliere le donne vittime di violenza. C’è la testimonianza del Centro antiviolenza dell’associazione Luna (Lucca) che ha incontrato le resistenze e le minimizzazioni di sempre: “Qui il problema non c’è!” Ma poi a Lucca, dieci femminicidi, tra il 2009 e il 2012,  risvegliano bruscamente le coscienze su una realtà che non conosce confini. E c’è l’intensa testimonianza del Centro antiviolenza Le Melusine (L’Aquila) attivo nonostante il terremoto che ha ferito città, paesi, anime e inciso un’invisibile e dolorosa linea di confine nella memoria collettiva, tra “il prima e il dopo”. La terra si è mossa travolgendo la popolazione e facendo esplodere la distruttività anche nelle relazioni. Racconta Annamaria che “col terremoto molte coppie sono scoppiate e la violenza maschile ha calcato la mano. In alcuni casi gli spazi angusti e stretti nei quali tante coppie si sono dovute trasferire hanno agito da detonatore rispetto alla violenza. In altri casi, queste donne, proprio alla luce di nuovi contatti ed esperienze di relazione hanno realizzato la loro condizione di sottomissione ed hanno cercato una via d’uscita”.
Il viaggio di Luca raccoglie, alla fine,  la testimonianza di Marilena Ricciardi, una violenza vissuta da studentessa, a Madrid: “Sono una delle donne su tre che nel corso della vita subiscono una aggressione sessuale”. Marilena parla delle conseguenze del trauma, della rabbia e del  vuoto seguito alla legittima  richiesta di giustizia perché ancora troppe denunce restano dimenticate tra sordità e silenzi sociali e istituzionali. La violenza è stata l’inizio di un doloroso pellegrinaggio alla ricerca di quella parte di sé che aveva lasciato nelle strade di Madrid. Dopo qualche anno le donne di un Centro antiviolenza londinese hanno saputo ascoltarla ed è cominciata la risalita.
I centri antiviolenza ci sono per questo, per rompere i silenzi senza cedere di un centimetro come le donne aquilane, dandosi una forza immensa come le catanesi, chiedendo e offrendo come le bresciane, facendo del loro attivismo una prospettiva di vita come le bolzanine e trovando spazi per ospitare le donne come hanno fatto le lucchesi. Non si fermano, nonostante tutto, perché come dicono le riminesi “quando  una non ce la fa più arrivano le altre a spingere”.
E’ questo mondo che Luca Martini ha voluto conoscere orientandosi come gli antichi marinai che scrutavano il cielo per seguire la rotta. E Luca scrive che ha scorto altre stelle ad illuminare il cammino.
@nadiesdaa

martedì 7 febbraio 2017

Sciopero globale delle donne l’8 marzo: anche l'Italia si mobilita

“Eravamo marea, ora siamo un oceano e nessuno scoglio ci potrà fermare”: l’assemblea plenaria di Nonunadimeno  si è conclusa con queste parole alle 16,45 di una domenica pomeriggio piovosa che non ha raffreddato le grida gioiose e gli applausi nelle aule di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. L’ingresso di via Belmeloro 14, la mattina di sabato 4 febbraio era affollato da centinaia di donne e uomini che per due giorni (il 4 e 5 febbraio) si sono confrontate e hanno discusso su otto tavoli tematici: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoriuscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico. Milleseicento attiviste hanno portato proposte, idee e progetti. Donne di ogni età, settantenni della prima ora del movimento e diciassettenni, insieme a donne delle altre generazioni si sono ritrovate ancora, grazie a quest’ultima straordinaria ondata femminista che non cessa di fluire. Alla faccia de “il femminismo è morto” o “il femminismo ha perso”, tormentoni ricorrenti negli ultimi vent’anni che ne cantavano il de profundis come se il movimento delle donne fosse impegnato in un match a punti. Le donne in movimento erano lì a ostinarsi nel tessere cambiamenti, giorno dopo giorno, in anni buoni e anni brutti.


Le due giornate bolognesi sono la prosecuzione di un percorso cominciato il 26 novembre scorso con la manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre duecentomila donne e uomini a Roma e con la prima assemblea del 27 novembre svoltasi all’Università La Sapienza. Il Piano femminista contro la violenza che Nonunadimeno vuole costruire è contrapposto a quello varato dal governo nel 2015 (in scadenza il prossimo giugno) che non riconosce i saperi femministi e non valorizza  il ruolo politico dei Centri antiviolenza, parificati a qualunque altro servizio del privato sociale. Il Piano lascia saldo nelle mani del governo e delle sue amministrazioni, un ruolo centrale nelle politiche che troppo spesso impongono strategie di contrasto alla violenza di stampo ancora securitario, dirette a controllare le donne invece che a rafforzarle. I percorsi di uscita dalla violenza sono ancora difficili e complicati, la Convenzione di Istanbul resta lettera morta in molti dei suoi articoli e le istituzioni adottano ancora uno sguardo neutro sulla violenza che ri-vittimizza  le donne in una società ancora conservatrice e arretrata rispetto a quelle del nord Europa. I media non agevolano il cambiamento perché rappresentano in maniera distorta la violenza e i ruoli di genere e diventano megafono di stereotipi e sessismo.
Durante i tavoli si è parlato anche di povertà e di precariato, di diritti Lgbt e di discriminazioni verso le donne migranti, perché la violenza non è solo quella che avviene nelle relazioni di intimità: c’è la violenza di interventi politici che rispondono alla crisi erodendo diritti, tutele, welfare, dando per scontato che siano le donne con il loro lavoro di cura a sostituire politiche sociali assenti. E’ ancora violenza quella di Stati che costruiscono muri contro l’immigrazione o promulgano leggi per respingere e deportare. E’ ancora violenza quella di uno Stato che ha smantellato i consultori e continua a lasciare la legge 194 ostaggio dell’obiezione, cosiddetta “di coscienza”, che spesso cela l’ipocrisia di ginecologi che attuano una volontà di controllo dei corpi delle donne o sono mossi da opportunismi di carriera. Sono stati ancora molti altri i temi affrontati ma non è possibile elencarli tutti.
Bologna è stato fatto il punto per la mobilitazione per lo Sciopero globale produttivo e riproduttivo delle donne in occasione dell’8 marzo, si tratta di una iniziativa che ha precedenti illustri e questa volta è stato lanciato dalle donne argentine (Niunamenos) che hanno ricevuto l’adesione di più di venti Paesi. Sabato hanno aderito anche le statunitensi che, dopo il successo della Women’s March contro il neopresidente Usa Donald Trump, continuano la loro lotta.
La prossima Giornata Internazionale della donna tornerà a essere un momento di mobilitazione femminista dopo anni di insignificanza che l’aveva trasformata in una ricorrenza di bisbocce tra amiche, streaptease maschili, mercatini di mimose col prezzo alle stelle, con uno sfruttamento commerciale dell’evento anche da parte di ristoranti e locali notturni. A breve, Nonunadimeno indicherà 8 punti per l’8 marzo che saranno il riferimento per l’organizzazione di mobilitazioni territoriali per aderire allo Sciopero globale delle donne. Ci sarà un’astensione reale o simbolica dal lavoro produttivo e riproduttivo e il coinvolgimento di donne dentro e fuori i luoghi di lavoro. Sarà una protesta attuata con modi anche inediti (ci saranno sorprese), durerà 24 ore, i suoi colori saranno il nero e il fucsia e il simbolo la matrioska di Nonunadimeno.
Fino ad oggi alcuni sindacati di base hanno aderito, ma hanno lanciato anche l’astensione dal lavoro per il 17 marzo nel comparto della scuola. Una scelta criticata da Nonunadimeno che ha invitato i sindacati di base, a ripensare la loro scelta facendo convergere le due date mentre la Cgil, che pure aveva sostenuto la manifestazione del 26 novembre, non ha ancora lanciato alcuno sciopero e si dubita lo farà anche per difficoltà, così dice il sindacato, di carattere organizzativo e tempi stretti.
Diamoci da fare perché tira una brutta aria. Donald Trump e altri leader con vocazione ultraconservatrice (tra cui non mancano donne come Marine Le Pen) cavalcano politiche reazionarie e  fondamentalismi di stampo misogino mentre innalzano muri e costruiscono nuove segregazioni. Contro questo backlash un femminismo internazionale attraversa i confini degli Stati e mira ad abbattere quei muri. Non illudiamoci, è una battaglia lunga e difficile. Si continua a tessere il cambiamento anche con lo sciopero globale dell’8 marzo. Le idee sono chiare cosa ci riserva il futuro un po’ meno.
In bocca al lupo a tutte

giovedì 7 maggio 2015

Piano nazionale antiviolenza sulle donne: indietro tutta!

Piano nazionale antiviolenza sulle donne: indietro tutta!

Lo abbiamo atteso a lungo un piano nazionale contro la violenza alle donne, lo abbiamo sollecitato per oltre un anno. Nel dicembre del 2014, abbiamo accolto con scoramento l’annuncio delleconsultazioni online: un’operazione demagogica e di “marketing” a vantaggio del governo Renzi che l’ha spacciata per democrazia tra i suoi elettori  e le sue elettrici per  convocare nei mesi seguenti, le associazioni che si occupano di violenza contro le donne  ma solo per  sottoporre alla loro attenzione la bozza del Piano e chiedere il gentile consenso. Ieri  Udi, D.i.Re, Telefono Rosa, Fondazione Pangea e Maschile Plurale hanno bocciato il Piano e in comunicato stampa e criticato il governo per aver “perso l’occasione storica di combattere con  azioni specifiche, coordinate e efficaci la violenza maschile contro le donne  attraverso un Piano che affronti le esigenze tassative poste dalla Convenzione di Istanbul per proteggere, prevenire e combattere la violenza maschile”. Oggi Giovanna Martelli ne ha presentato pubblicamente il testo contraddittorio e incongruente persino nella parte che affronta il problema della discriminazione del linguaggio perché non c’è la declinazione al femminile quando si parla di donne.

Fra la premessa e gli obiettivi condivisibili e la descrizione delle azioni da intraprendere esiste un gap fatto di percorsi delle donne fortemente istituzionalizzati,accentramento nelle mani del governo delle azioni politiche da svolgere per contrastare la violenza contro le donne, neutralizzazione delle specificità deicentri antiviolenza omologati a qualunque altro servizio e ridotti al ruolo “tecnico”. I finanziamenti sono esigui per i progetti di accoglienza e sostegno per le donne vittime di violenza e ci sono grandi dubbi sulla effettiva operatività per la parte che riguarda la conduzione delle azioni da intraprendere. Il Piano delinea un sistema di governance caotico e pone rilevanti problemi giuridici a livello locale col rischio che nelle città metropolitane e nelle Province si convochino più tavoli con gli stessi soggetti istituzionali causando una sovrapposizione di reti. L’impostazione è complessivamente di tipo sanitario-securitario con le donne viste come soggetti da “prendere in carico” (si donne questo è il linguaggio del Piano) in palese contraddizione con le premesse che parlano della necessità di empowerment. Il governo non si è ancora reso conto che non è sufficiente che una donna si rivolga al pronto soccorso o sporga denuncia per uscire dalla violenza e tantomeno che trovi un  lavoro. C’è bisogno di luoghi che accolgano le donne e le accompagnino nel difficile percorso di uscita dalla violenza partendo dalla rafforzamento della loro autodeterminazione e delle loro scelte. Ma nello scorrere le pagine pare di avvitare una vite spanata che non fisserà mai nulla.

Eppoi c’è il tasto dolente che riguarda l’istituzione della Banca dati. Il governo non ha nemmeno preso in considerazione il lavoro che era stato svolto sui tavoli  della Task Force nell’autunno nel 2013. Allora era stata prevista la realizzazione di un protocollo di intesa con l’Istat che avrebbe svolto in sinergia con i centri antiviolenza, l’importante e delicato ruolo  di regia per la raccolta dati dai diversi soggetti che incontrano donne che subiscono violenza.Nulla di fatto! I dati saranno raccolti dai centri antiviolenza e da altri soggetti con il rischio di sovrapposizioni. Il Piano ammette che le fonti di carattere istituzionale non sono sempre idonee a cogliere il fenomeno nella sua completezza, parla di i gap informativi e diinsufficienza della modulistica ecc. ma intanto rende marginale il ruolo dell’Istat e con l’auspicio di passare (prima o poi) dall’attuale situazione di accumulo di dati derivanti da più fonti ad uno strumento conoscitivo contestualizzato  procederà alla raccolta di questo “flusso” di dati che sarà appaltato a privati (o yes all’appalto!). La previsione di spesa? Duemilioni di euro mentre la ricerca dell’Istat sulla violenza contro le donne era costata 400mila euro. Con questa decisione – ha commentato  Titti Carrano, presidente D.i.Re – viene meno il progetto di rendere obbligatoria e continua una ricerca sulla violenza di genere e senza una descrizione quantitativa e qualitativa del fenomeno non è pensabile, né verificabile, alcuna politica di prevenzione e di contrasto”.
Con un parlamento che non ha mai visto una percentuale di deputate e forse pure di ministre così alta nella storia del nostro Paese, stiamo per avere un deja vu,  perché il governo  farà con la violenza contro le donne ciò che venne fatto con i consultori, quei luoghi che erano stati importanti per la salute e i percorsi di autodeterminazione delle donne, assorbiti masticati e digeriti e che oggi sono solo una bella storia del passato.

L’obiettivo dei centri antiviolenza oggi è resistere!

martedì 12 agosto 2014

Quanto vale il lavoro delle donne nei Centri Antiviolenza?

Il 30 settembre la prima convenzione del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto si concluderà. Le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali per chiedere un' implementazione dei progetti del centro antiviolenza, aumentando il finanziamento all'associazione anche in previsione dell'apertura della Casa Rifugio. 
Una struttura arredata e sistemata con le sole forze delle volontarie, che non avrà costi di locazione perche' di proprietà di una concittadina che ha stipulato un contratto di comodato con l'associazione. La Convenzione di Istanbul,in vigore dal 1° di agosto, indica ai Paesi che l'hanno sottoscritta, di sostenere le organizzazioni non governative, la legge quadro per la parità contro le discriminazioni di genere, varata dalla Regione Emilia Romagna lo scorso mese di giugno, riconosce il valore dei centri antiviolenza, il protocollo Anci - D.i.Re sottoscritto nel maggio 2013 anche; ma saranno sufficienti studi, linee guida, trattati internazionali, firme su firme e dichiarazioni di intenti in assenza di una volontà politica di intervenire strutturalmente sul fenomeno? L'indagine Quanto costa il silenzio? realizzata da Intervita Onlus ha fatto un calcolo dei costi della violenza contro le donne: il silenzio sul femminicidio costa 16,7 miliardi di euro, piu' di una legge di stabilità. Gli investimenti invece sono solo di 6,3 milioni di euro. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26mila euro al minuto. Nella nostra realtà locale dopo nove anni di attività politica e di servizi svolti a titolo di volontariato che hanno fatto emergere il problema dove non era mai stato misurato, l'associazione Demetra Donne in Aiuto, nel settembre 2013, ha ottenuto la prima Convenzione con l'Unione dei Comuni della Bassa Romagna che ha finanziato il progetto P.Eg.A.S.O. (Progetto Emergenza Accoglienza Sostegno ed Ospitalità. Questo ha permesso l'apertura del Centro Antiviolenza per tredici ore settimanali (invece delle quattro ore precedenti) e un servizio di osiptalità in emergenza dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 23, senza soluzione di continuità. Il finanziamento previsto per il progetto era di 18 mila euro che è stato suddiviso in 13mila 200 euro per le due operatrici che si alternavano settimanalmente per l'emergenza e 3mila 800 per l'operatrice che lavorava all'accoglienza. E' sufficiente fare un calcolo aritmetico per capire che la retribuzione netta delle operatrici del'emergenza è stata di 450 euro al mese per 308 ore di reperibilità (retribuzione che ha eslcuso gli interventi ed i rimborsi spese).

L'operatrice dell'accoglienza è stata invece retribuita con 230 euro nette per 36 ore mensili. Una scommessa che le operatrici hanno accettato per un anno, consapevoli di fare un notevole monte ore di lavoro non retribuito adeguatamente con l'obiettivo di dare maggiori risposte al problema della violenza, in attesa di un più forte sostegno delle istituzioni. L'associazione ha provveduto a reperire fondi con privati per aumentare di 100 euro mensili il compenso delle due operatrici dell'emergenza e di 70 euro quello dell'operatrice di accoglienza e per pagare altre spese. I mille euro avanzati dal finanziamento sono stati spesi per bollette telefoniche, cancelleria ecc. Se facciamo un bilancio dal 1 ottobre 2013 al 31 luglio 2014, sono state svolte 86 ore settimanali retribuite dal progetto P.Eg.A.S.O. Progetto Emergenza Accoglienza Ospitalità per 34 settimane per un totale di 2mila 924 ore. Le ore di volontariato (2948 h 50’) hanno superato quelle retribuite (2924). Nel 2012 le ore di volontariato erano state 1139, ed erano calate rispetto al periodo comnpreso tra il 2007 ed il 2010 quando il progetto ospitalità in emergenza venne sospeso in quanto era finanziato con 3mila 500 euro annui, di fatto era realizzato con il solo volontariato e con spese tutte a carico dell'associazione. Con la convenzione le ore di volontariato sono aumentate: questo significa che quanto più le istituzioni sostengono con finanziamenti i centri antiviolenza tanto più si implementa l’attività di volontariato. I motivi sono da riscontrare nella maggiore razionalizzazione e organizzazione del lavoro che grazie al supporto di operatrici retribuite ha prodotto un maggior tempo investito nella formazione e nel coinvolgimento di nuove volontarie per realizzare nuovi progetti. Le ore retribuite sono da suddividere tra 2618 h dedicate all’emergenza e 306 dedicate all’accoglienza delle donne. Se si sommano le ore di accoglienza retribuite dalla convenzione (306) a quelle svolte a titolo di volontariato (647) si giunge a complessive 953 ore di accoglienza dedicate alle donne nel periodo dal 1 ottobre al 31 luglio da cui si evince che l’associazione Demetra è impegnata nelle sole ore di attività dell’accoglienza, dal lunedì al venerdì per 5 ore e mezza giornaliere. Le ore realizzate grazie al progetto P.EG.A.S.O sono da suddividere tra 2618 h dedicate all’ospitalità in emergenza e 306 dedicate all’accoglienza delle donne. L’ospitalità in emergenza è quella che ha necessitato della metà delle ore di attività svolte dall’associazione (53%) al secondo posto l’accoglienza (16%), al terzo la formazione e la supervisione (6%) e poi le consulenze legali (5,1%). Il lavoro d’equipe che consiste in riunioni e organizzazione del lavoro è al quinto posto (4,5%), seguono redazione di materiale informativo e progetti (3,5%), allestimento Casa Rifugio (3,4%), accompagnamenti (2,9%), contabilità (1,7%), eventi (1,5%), sportello lavoro (0,8%), Coordinamento Regionale dei centri antiviolenza (0,8%), Osservatorio Regionale sulla violenza (0,5%), D.i.Re Donne in Rete (0,3%). Si tratta di una notevole somma di ore che impegnano un numero di 15 socie e sei consulenti (sei donne ed un uomo, un avvocato) e che mantengono in vita un progetto che altrimenti non sarebbe possibile realizzare. Se si calcola invece economicamente il volontariato tenendo conto di una retribuzione di 15 euro all'ora, si verifica che tradotto in termini economici, il centro antiviolenza Demetra ha prodotto un lavoro pari a 44mila 220 euro. La cifra è calcolata per difetto. Ho descritto la realtà del centro antiviolenza Demetra ma tutti questi sono progetti che se non fossero realizzati dai centri antiviolenza non troverebbero alcuna prosecuzione, in quanto le istituzioni non li realizzano. Sarebbe sufficiente razionalizzare le spese per dare sostegno adeguato ai centri antiviolenza e senza cifre esorbitanti rispetto ai costi della violenza. La Regione Emilia Romagna sta provvedendo a verificare il censimento di case rifugio e centri antiviolenza rispetto a quanto era emerso dalla Conferenza Stato Regioni quella che ha stabilito criteri per i quali ad ogni centro antiviolenza spetterebbero 3500 euro l'anno. In attesa di risposte istituzionali il lavoro delle donne dei centri antiviolenza mantiene in essere, nonostante tutto, progetti per la salute e la vita delle donne. Ma fino a quando? 
di Nadia Somma

domenica 6 aprile 2014

In ricordo di Nicoletta Livi Bacci

Con grande dolore diciamo addio a Nicoletta Livi Bacci.
Nicoletta è mancata improvvisamente il 5 aprile, lasciando un grande vuoto nelle donne dei centri antiviolenza e non solo. 
Ha dedicato tutta la sua vita all'impegno contro la violenza alle donne perchè in questo Paese pigro e conservatore, si diffondesse una cultura di genere che spazzasse via pregiudizi e discriminazioni sessiste e misogine. Era stata fondatrice, insieme a Catia Franci, dell'associazione Artemisia, e ne stata presidente per diciassette anni. Era un punto di riferimento per la rete nazionale dei Centri Antiviolenza e per il movimento delle donne. Insieme ad altre compagne ha creduto e voluto che i centri antiviolenza si costituissero in una associazione nazionale e non è un caso che si debba a lei la felice intuizione del nome dell'associazione D.i.Re. La sua intelligenza e le sue riflessioni sempre lucide e profonde ci mancheranno, come la pacatezza con la quale interveniva alle assemblee, sempre dopo aver ascoltato con attenzione le altre compagne. Porteremo sempre con noi il ricordo della sua solarità e del suo sorriso.