giovedì 5 marzo 2015

Aborto: 10 marzo a Strasburgo il voto sul rapporto Tarabella

Ci siamo. Il 10 marzo il Parlamento di Strasburgo voterà il Rapporto  sulla parità di genere, la salute riproduttiva delle donne e l'accesso agevolato alla contraccezione e all'aborto. Il documento, proposto il 20 gennaio scorso da Marc Tarabella,  deputato socialista belga, insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto; sostiene peraltro le misure e le azioni volte a migliorare l'accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità  in materia sessuale e riproduttiva. Il testo di Tarabella per rafforzare la tesi dell'importanza di leggi che tutelino al salute riproduttiva delle donne cita uno studio dell'OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) del 2014; che, mentre rileva tassi di aborto simili, nei paesi in cui la pratica è legale e quelli in cui è vietata, ma tassi ancora più elevati in questi ultimi, in cui inoltre sono più alti irischi di vita e danni alla salute delle donne. 
Il rapporto ha già suscitato le reazioni delle forze politiche conservatrici, sia in Europa che in Italia. La Federazione della FAFCE  (Associazioni Familiari Cattoliche)  ha raccolto 50 mila firme  per dire no! alle procedure legali per l'aborto e i Paesi che non  hanno legislazione in materia di interruzione di gravidanza hanno contestato fortemente il documento: se dovesse essere approvato riguarderebbe ogni Paese dell'Unione Europea. Per questo i cattolici e i conservatori cercheranno di  bocciare il rapporto Tarabella, così come nel dicembre del 2013 riuscirono a bocciare  la risoluzione Estrela su Salute e diritti sessuali riproduttivi per soli sette voti: una bocciatura - per 334 voti contro 327, che si deve soprattutto all'astensione di 6 eurodeputati del Pd. Ma ci fu ancora un precedente tentativo di agevolare l'accesso all'aborto medicalmente assistito per le donne europee: nel 2010, la laburista inglese Christine McCafferty presentò al Consiglio d’Europa una proposta contro l’uso sregolato dell’obiezione di coscienza. Questa, però, venne bocciata nel 2012: al suo posto venne approvato un documento che tutela ancor più il diritto alla obiezione di coscienza - e come tale ancor più lesivo del diritto di scelta delle donne. Fino ad oggi le forze progressiste a Strasburgo hanno perso la partita sul campo della salute riproduttiva delle donne; quindi non c’è da sperare per il meglio. Se si conta sul voto del Pd non si può essere ottimisti perché, a capo della delegazione che si sta confrontando sul testo con altre forze politiche europee, c’è Patrizia Toia: proprio una fra gli eurodeputati che, con la loro astensione, nel 2013, fecero bocciare la risoluzione Estrela.

In Italia la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi) si è appellata a Matteo Renzi perché il Pd non tradisca ancora le donne e in una conferenza stampa organizzata insieme a Noi Donne, Agite e Vita di  Donna che si è svolta alla Camera il 3 marzo scorso, ha rinnovato l’appello al Pd perché  gli eurodeputati votino a favore del rapportoTarabella.
La situazione nel nostro Paese è critica. Uno studio (ecco il link per leggerlo in italiano) realizzato nel 2013, promosso dalla IPPF EN (Internationale Planned  Parenthood Federation - Europea Network) pone il nostro Paese al penultimo posto della graduatoria europea sulle politiche in tema di salute riproduttiva e al terzultimo posto per la sensibilizzazione e l’istruzione degli  operatori. Poi c’è il drammatico problema degli obiettori di coscienza tra il personale medico: in  molte strutture sanitarie, il livello degli obiettori ha raggiunto la soglia dell’90%, rendendo molto difficile la piena applicazione della legge 194; infine, tra le giovani si sta diffondendo la deriva farmaceutica dell’aborto clandestino. Proprio ieri una ragazza di soli 17 anni è stata ricoverata a Genova in gravi condizioni a causa di una emorragia: aveva assunto il Cytotec, farmaco contro l’ulcera che può provocare l’aborto. In Italia soffiano venti di “restaurazione” che hanno indebolito i diritti delle donne. La domanda della Laiga: il Pd tradirà ancora le donne? Ci sembra, oggi,  tristemente retorica. 
L'eurodeputato socialista Marc Tarabell

sabato 14 febbraio 2015

One billion Rising Revolution a Bologna: unit* contro la violenza

Oggi, San Valentino, è la giornata di #OneBillionRising: da 3 anni mobilitazione mondiale contro la violenza sulle donne. A Bologna: alle 14.30 ci ritroviamo in piazza Maggiore per prepararci; alle 15.00 Flash Mob; poi 15.15-16.00 Balliamo con il gruppo di percussioni brasiliane Afroeira; alle 16.00 ancora Flash Mob; alle 16.15-17.00 Drum circle con tamburi sciamanici e con il Labotatorio Sociale Afrobeat…

Alle 17.00 ancora Flash Mob; alle 17.15-18.00 Lezione aperta di samba con il gruppo di musica brasiliana Sambaradan; alle 18.00 ancora Flash Mob e dalle 18.15 Corteo da Piazza Maggiore al Parco della Montagnola (via Indipendenza). Alle 19.00 Festa di One Billion Rising Revolution al Parco della Montagnola all'aperto. Organizza la Casa delle donne per non subire violenza Onlus. 
Ricordiamo che oggi è anche la giornata di #LoStessoSi, campagna per uguali diritti promossa dalle associazioni gay. A loro tutta la nostra solidarietà. Una solidarietà dal di dentro: perché molte di noi siamo loro, e perché le discriminazioni che colpiscono loro sono frutto dello stesso patriarcato che colpisce noi. 
Eppure, #LoStessoSi è stata purtroppo organizzata, nelle piazze, senza coordinamento con #OneBillionRising. Approfittiamo quindi anche per lanciare un invito: facciamo più rete, uniamoci di più, non contrapponiamo diritti che sono, in tutto e per tutto, parte dello stesso diritto.

La Casa è un'associazione senza fine di lucro che, nata da un gruppo di donne femministe con il progetto di un centro antiviolenza in grado di accogliere e aiutare concretamente le donne  colpite da violenza, ha aperto il centro è aperto dal 1990, e ha ottenuto il riconoscimento giuridico nel 2010. Nel Centro d'accoglienza pubblico di via dell'Oro 3 a Bologna le donne possono trovare questi servizi:
colloqui telefonici;
colloqui individuali personali per progettare un percorso di uscita dalla situazione di violenza;
gruppi di sostegno;
informazione e consulenza legale;
accompagnamento ai servizi socio-sanitari;
sportello di orientamento e accompagnamento al lavoro;
sostegno alla genitorialità per madri, e per coppie di genitori le cui figlie minorenni subiscono violenza dal partner;
sostegno psicologico ai minori vittime di violenza.
Nel centro pubblico hanno inoltre sede il Settore formazione e il Settore comunicazione e promozione culturale per le attività di sensibilizzazione e diffusione.
Nelle Case rifugio le donne possono trovare ospitalità sole o con i/le loro figli/e minori durante il percorso di uscita dalla violenza.

giovedì 12 febbraio 2015

Stupro a Rende, il centro antiviolenza Lanzino denuncia slut-shaming nei confronti della donna


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A Rende in provincia di Cosenza una donna denuncia uno stupro e la reazione sessista di una parte della collettività non tarda a farsi sentire. Il processo sommario nei confronti della donna che ha denunciato è già cominciato. L’imputata è lei, le sue abitudini, il suo modo di vestire. Se nei confronti del presunto colpevole si chiede a gran voce (e a  ragione) che non si sbatta “il mostro” in prima pagina con tanto di foto, nome e cognome ma si attenda l’esito del processo, il verdetto nei confronti della donna da una parte della cittadinanza è stato già pronunciato ed è quello di colpevolezza.
Il Centro antiviolenza Roberta Lanzino ha espresso solidarietà alla vittima di stupro e a tutte le donne che si trovano a vivere una situazione di violenza e a subire vittimizzazione secondaria. Si chiama slut-shaming la dinamica sociale che si ripete ancora troppo spesso in queste circostanze, una sorta di lapidazione collettiva nei confronti delle donne che denunciano violenze e le parole possono essere pietre, lo sappiamo.
“Se per affermare la colpevolezza dell’uomo aspettiamo che il processo abbia luogo e si analizzino fatti e prove, la colpevolezza di lei – dicono le donne dell’associazione Roberta Lanzino - è già decisa dalla voce maggioritaria dell’opinione pubblica, avvalorata di solito dall’evidenza dell’immoralità di lei, della sua faciloneria, della minigonna troppo corta, del tasso alcolico troppo elevato, dell’accento troppo straniero, del borsellino troppo vuoto, finanche della bellezza non proprio evidente (leggi; è anche brutta chi mai la toccherebbe. E se così fosse, dovrebbe ringraziare per le attenzioni). Il tutto contrapposto alla solida moralità e irreprensibilità di quel caro bravo ragazzo. A meno che, talvolta, non abbia anche egli un accento troppo straniero e un borsellino troppo vuoto”.
La violenza contro le donne è una fenomeno strutturale, trasversale ed  è una violazione dei diritti umani eppure non è ancora maturato profondamente nella coscienza collettiva quel cambiamento che possa far abbandonare i pregiudizi nei confronti di tutte coloro che la denunciano e la rivelano.
@Nadiesdaa

lunedì 19 gennaio 2015

Femminicidio: la Regione Puglia parte civile in un processo

La Regione Puglia per la prima volta si è costituita parte civile in unprocedimento penale per femminicidio insieme al centro antiviolenza Safiya di Polignano a Mare  e all’associazione Giraffa. Lo scorso novembre è cominciato il processo ad Antonio Colamonico accusato dell’uccisione di Bruna Bovino avvenuta  il 12 dicembre 2013 in piccolo centro estetico a Mola di Bari. Ripetendo un copione purtroppo visto molte volte, una parte della stampa aveva offuscato il ricordo della vittima rispecchiando i pregiudizi culturali che nella società italiana come nelle altre, rimuovono la violenza di genere e colpevolizzano le vittime. Grazie alla costituzione di parte civile della Regione Puglia e delle associazioni Safiya e Giraffa la realtà delle radici culturali della violenza di genere  sarà affermata in maniera ancora più forte in un aula di tribunale e potrà sensibilizzare l’opinione pubblica e cambiarne la percezione nei confronti di questo crimine.
Trent’anni di impegno delle associazioni di donne sul tema della violenza di genere hanno dato risultati. Oggi la costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia è prevista in un articolo dellalegge regionale contro la violenza di genere varata l’estate del 2014.

Il 13 gennaio scorso la Corte D’Assise ha accolto le richieste della Regione e delle due associazioni nonostante le opposizioni dei legali dell’imputato che non ritenevano femminicidio la morte di Bruna perché non era stato conseguenza di un’aggressione sessuale e perché sarebbe stato discriminatorio nei confronti degli uomini o di qualunque altro omicidio. Il pubblico ministero invece si era opposto solo alle richieste delle associazioni Safiya e Giraffa perché i loro interessi sarebbero stati tutelati dalla Regione. Ma le motivazioni di Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna che tutela gli interessi del Centro Antiviolenza Safiya, hanno convinto i giudici. La legale  ha spiegato che nel nostro ordinamento anche reati “neutri” come l’omicidio e le lesioni possono essere considerati forme di violenza sulle donne proprio perché inclusi nella definizione adottata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013  e l’Associazione Safiya è portatrice di un danno diretto derivante dal femminicidio di Bruna Bovino perché oltre alla lesione del diritto alla vita della donna a cui è stata usata violenza diretta ad ucciderla, il femminicidio costituisce una profonda ferita per la società tutta. Nel momento in cui a una donna, nell’ambito di una relazione sentimentale, non viene riconosciuta la dignità di persona, ed in quanto tale viene fatta oggetto di violenza, fino alla morte, ricercando poi l’impunità per il delitto commesso, l’intera collettività è responsabile per l’eliminazione di quella cultura e di concezione distorta delle relazioni che ancora oggi minano l’autodeterminazione, la libertà e finanche la vita delle donne.
Safiya sta aiutando anche le famigliari di Bruna Bovino e sta sostenendo  le spese legali e per questo ha chiesto la solidarietà delle cittadine e dei cittadini di Polignano a Mare, delle Istituzioni, dei Centri Antiviolenza della rete regionale e nazionale, delle associazioni di donne, di tutte e tutti coloro che vogliono sostenere la battaglia contro il femminicidio, perché venga ribadito il diritto alla libertà  delle donne e si spazzi via l’arcaica convinzione che  sia giustificabile l’uccisione  di una  donna che rivendica le sue scelte o che entra in conflitto con un uomo o con gli schemi imposti dalla società.

martedì 4 novembre 2014

Rimini, nel nome delle donne

Inaugura sabato 8 novembre, e resterà aperta un mese, la mostra Rimini nel nome delle donne: pensata e curata da donne per restituire una lettura del territorio capace di dare riconoscimento alle figure femminili della storia.
Tra le principali promotrici del progetto Irina Imola (Assessora ai Servizi Generali di Rimini), che dice: "Attraverso una ricostruzione storica e iconografica sapientemente organizzata si riuscirà a comprendere la straordinarietà delle donne, alle quali, durante gli anni, Rimini ha dedicato propri spazi urbani. Figure femminili più o meno conosciute ma tutte ugualmente capaci di lasciare un segno importante attraverso il loro essere-nel-mondo. Donne che hanno “segnato una strada” e alle quali oggi sono dedicate vie, parchi, rotonde e percorsi. Sempre al cammino mi riferisco: a quello di essere arrivate a rendersi evidenti al mondo quando il mondo era dominato da un imperante pensiero che le relegava in una condizione subalterna e al cammino che, ancora oggi, dobbiamo compiere per affermare, come direbbe Hannah Arendt, il nostro “chi” irripetibile, nel confronto con l’unicità dell’altro. Per le donne qualsiasi tempo è stato un tempo difficile e nemmeno oggi, dopo tante battaglie di civiltà e diritti, la donna è immune da catalogazioni, prevaricazioni, violenze. È anche per questo che ogni nostra azione deve tendere a ripristinare o a raggiungere la parità dei diritti e delle opportunità in ogni ambito. La Toponomastica può compiere un’operazione morale e intellettuale fondamentale: sottrarre all’oblio e alla non conoscenza la memoria di tante donne della storia. E oggi quali strade dovremmo percorrere per costruire il mondo che vorremmo? Io credo le sole che conducano ad un cammino di inclusione, equitá, giustizia e libertà, in cui ogni individuo può vivere il suo ruolo nel mondo, in quello spazio pubblico, aperto e plurale, per la cui esistenza varrà sempre la pena combattere e che qui celebriamo. È su queste premesse che abbiamo intrapreso, per le intitolazioni della nostra città, un cammino di parità”.
Non per niente Irina Imola fa parte, fin dalle sue origini, del gruppo della Toponomastica Femminile.

Dall'8 novembre 2014, al Palazzo del Podestà, piazza Cavour, Rimini.

Da poliziotto: chiedo scusa alla famiglia Cucchi

Servo lo Stato da 26 anni soltanto grazie a un prudente disincanto che mi permette ancora di sopravvivere tra le pieghe di quel medesimo nulla costituito per lo più da ingiustizie, bugie, miserie umane, silenzi, paure, sofferenze. 
Oggi intendo rompere quel silenzio cui si è condannati quasi contrattualmente da regolamenti di servizio che impongono e mitizzano l’obbedire tacendo, perché le parole pronunciate dal Segretario nazionale del Sap all’esito della pronuncia di assoluzione non restino consegnate anch’esse al fenomeno di cui sopra.
Il diritto di parola consentito al Segretario nazionale del Sap [Gianni Tonelli, SAP sta per Sindacato Autonomo di Polizia, ndr] gli ha permesso di esprimere ”la piena soddisfazione per l’assoluzione di tutti gli imputati” con una disinvoltura che abitualmente può trovare applicazione esclusivamente in uno stadio, ove l’unica forma di dolore può derivare abitualmente da un goal mancato e non già dalla morte violenta di un giovane celebrata in un’aula di Giustizia.
“Bisogna finirla in questo Paese di scaricare sui servitori dello Stato la responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo della condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”.
Queste parole, in un contesto democratico che ne apprezzasse il loro peso, sortirebbero reazioni, conseguenze, interrogativi e dibattiti sul loro senso, sull’utilità e gli effetti di questa allegra scampagnata lessicale sul dolore di una famiglia - nonché una minima inchiesta semantica sul concetto di vita dissoluta e al limite della legalità.
Sarebbe da attendersi dal Segretario la spiegazione su quanto realmente produca paura in questo Paese e se l’abuso di alcol e droghe sia causa di morte per lesioni e se vi sia qualcosa di più dissoluto di un diritto calpestato.
Andrebbe preteso che ci chiarisse se quelle parole siano rappresentative di tutto l’universo della Polizia o - invece - siano la personale interpretazione di un dramma, o la recensione di un abominio. E ancora gli andrebbe richiesto se il silenzio seguito alle sue parole sia l’indicatore di un Paese dove domina sul diritto l’incertezza, sulla complessità della vita l’omologazione, sui drammi umani l’assenza di indignazione e l’ignavia.
Perciò chiedo scusa alla famiglia Cucchi per questo oltraggio infinito; per questa deriva che non può rappresentare la totalità degli appartenenti alle forze di polizia. Neppure quelli a cui per regolamento è precluso il diritto di indignarsi e di affrancarsi dalla convivenza col divieto di opinione.
Nel dubbio, semplicemente nel dubbio.
Francesco Nicito, agente della Questura di Bologna

All'agente Francesco Nicito vanno (anche) i nostri ringraziamenti; la riconoscenza di tante persone offese, ma anche, non dubitiamo, l'approvazione di molti colleghi che non possono apprezzare l'immagine nefasta che certi arroccamenti, su posizioni indifendibili, causano a tutto il corpo della Polizia di Stato.

domenica 2 novembre 2014

Le parole della violenza. I Centri antiviolenza emiliano romagnoli, a convegno il 7 novembre, si confrontano con i media

Una giornata per riflettere su media e violenza contro le donne perché le parole con il  loro significato chiamano all'esistenza tutto ciò che altrimenti sarebbe destinato a restare invisibile. 
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia Romagna ha organizzato il convegno Le parole della violenza. Centri antiviolenza e media si confrontano su come raccontare la violenza contro le donne che si svolgerà venerdì 7 novembre a Bologna, nella Cappella Farnese di  Palazzo d’Accursio.

Interverranno le giornaliste Marina Terragni e Luisa Betti, Antonio Farnè, presidente dell’ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Chiara Cretella, assegnista di ricerca all’Università Bologna e Anarkikka, autrice e vignettista. Giovanna Ferrari porterà la sua dolorosa testimonianza, già raccolta nel  libro denuncia Per non dargliela vinta, nel quale  ricostruisce passo passo i retroscena dell'assassinio della figlia.
Era l'11 febbraio del  2009 quando Giulia Galliotto venne brutalmente assassinata dal marito ma quel femminicidio subì una metamorfosi e nelle aule del tribunale come sulla carta stampata fu raccontato, a dispetto dell'evidenza dei fatti,  come un “delitto d’onore”.
Dopo gli interventi della mattina, si svolgerà una tavola rotonda e si inaugurerà la mostra fotografica Donne al Centro realizzata da Valeria Sacchetti, una giovane fotografa che dopo l’uccisione di un’amica, ha scoperto i luoghi che accolgono donne vittime di violenza. 
La mostra, nata dalla collaborazione dei centri antiviolenza NONDASOLA, Donne insieme contro la violenza e della Casa delle Donne contro la violenza, documenta i percorsi di quattro donne ospitate nelle Case Rifugio. 
Ogni foto è commentata dalle parole delle donne rivelando esperienze distanti dalla rappresentazione che i media fanno delle donne e della realtà della violenza. Nella distanza tra la rappresentazione e la realtà resiste tutta la volontà, conscia o inconscia, individuale o collettiva, di rimuovere le disparità tra uomini e donne che negli aspetti più involuti e distruttivi porta alla violenza di genere. Quella che le donne incontrano nelle relazioni di intimità, tra le pareti delle loro case, ma anche nelle strade o nei luoghi di lavoro.
@Nadiesdaa