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lunedì 16 marzo 2015

Darsi la parola: la scuola politica di D.i.Re


Il 14 e il 15 marzo a Reggio Emilia, nell'Ostello della Ghiara, D.i.Re ha organizzato Darsi la parola: la prima edizione della Ssuola di politica dei centri antiviolenza italiani.  La partecipazione è stata altissima ( erano presenti 46 centri su 70 che aderiscono alla rete nazionale)  durante un week end stimolante e intenso in cui si è aperta una riflessione sui Centri antiviolenza oggi, tra principi, metodologia e pratiche e la figura dell'operatrice tra impegno politico e competenze. Sono intervenute Carmen Marini (presidente Nondasola Reggio Emilia),  Titti Carrano (presidente D.i.Re), Lella Palladino (Cooperativa E.V:A),  Emma Baeri (Università di Catania), Giudita Creazzo (Casa delle donne per non subire violenza, Bologna) Marisa Guarneri (Casa delle donne maltrattate, Milano), Paola Degani (Università di Padova) e Lusanna Porcu (Associazione Onda Rosa, Nuoro), Alessandra Campani (Nondasola, Reggio Emilia), Manuela Ulivi (Casa delle Donne maltrattate, Milano) e Lepa Mladjenovi (Wave, Belgrado).


L'idea di realizzare una scuola politica è emersa nel corso degli anni come una forte esigenza dei centri anti-violenza ed è stata messa in campo dopo due seminari nazionali, organizzati nel 2013 e nel 2014 (Modena e Reggio Emilia).
Il trentennale lavoro dei centri ha fatto emergere nel nostro Paese il fenomeno della violenza contro le donne:  sono state realizzate analisi, raccolte di dati statistici sulla violenza e progetti innovativi per sostenere le vittime e prevenire la violenza.  Se oggi non si può rimuovere la violenza contro le donne è anche grazie ai centri anti-violenza. Le istituzioni se ne stanno occupando anche per le sollecitazioni arrivate dai luoghi delle donne  ma  lo fanno con un  sistema di interventi inadeguato e risposte  focalizzate soprattutto sull'intervento securitario o la tutela delle donne che, così,  restano  fissate nel ruolo di soggetti deboli. Intanto si affacciano sulla scena sociale molte realtà che si propongono di lavorare sul tema della violenza con approcci e metodologie distanti da quelle dei centri che hanno sempre guardato al fenomeno  con un'ottica e una prassi femminista. Per questo è di vitale importanza, rafforzare l'identità dei centri con l'obiettivo di valorizzarne le differenze rispetto ad altri tipi di intervento che si pretendono "neutri" e che danno una lettura riduttiva della violenza maschile contro le donne, estrapolandola dal contesto che la alimenta che è quello culturale, simbolico, storico. Il fenomeno della violenza contro le donne può essere contrastato solo attraverso un  cambiamento culturale che non può prescindere dal lavoro politico, qua risiede la forza  dei centri anti-violenza che con le loro peculiarità hanno restituito diritti e libertà alle donne vittime di violenza che hanno chiesto loro aiuto.


lunedì 18 agosto 2014

Blog Donne della Realtà: sulla donna scappata dal marito che la massacra di botte

Il 14 agosto sul blog Donne delle realtà è stato pubblicato Sull’ autobus, con la donna scappata dal marito cocainomane che la massacra di botte, di Paola Ciccioli. E’ il racconto di una donna vittima di violenza. L’ho letto con molto interesse fino al punto in cui la giornalista spiega che cosa è accaduto dopo che la donna si è rivolta ad un Centro antiviolenza. Riporto il brano del post: “Sono appena stata al Centro Antiviolenza e mi hanno detto che presenteranno la denuncia alla Procura della Repubblica. Accidenti, la denuncia non ci voleva. Adesso, come faccio?…Sono arrivata questa mattina presto in treno. Poco dopo la stazione ho visto una chiesa, sono entrata, c’era la messa. Ho aspettato che finisse e poi sono andata a parlare con una suora. Le ho spiegato di mio marito, delle botte, che sono scappata. Le ho chiesto se poteva aiutarmi anche a trovare un posto per andare a dormire. E la suora mi ha detto: Certo. Poi mi ha dato l'indirizzo del Centro antiviolenza e ci sono andata subito. Ma adesso parte la denuncia, manderanno i servizi sociali per i miei figli. Lui se la prenderà con me, dirà che ho sfasciato la famiglia. Come faccio? Cosa succederà? Ho paura".
Qualcosa non torna. E’ un peccato che la giornalista non abbia saputo a quale Centro Antiviolenza si fosse rivolta la donna anche se è comprensibile che fosse tesa ad ascoltare piuttosto che a prendere informazioni. Credo che questa storia sia emblematica per comprendere la differenza metodologica dei Centri antiviolenza aderenti a D.i.Re, che in Italia hanno fatto emergere il problema della violenza e che operano mettendo la donna al centro dei percorsi. La vicenda è accaduta a Milano e dubito fortemente che il Centro Antiviolenza in questione possa essere la Casa delle Donne Maltrattate di Milano. Un Centro antiviolenza non presenta denunce di propria iniziativa per molti motivi. L’autorità giudiziaria persegue i reati quando viene fatta una querela di parte (in questo caso è solo la persona interessata che la può fare) oppure procede d’ufficio: dipende dalla gravità del reato. Il reato di maltrattamento, ad esempio, è perseguibile d’ufficio. In un Centro antiviolenza la denuncia penale è una scelta della donna che non deve essere coartata o condizionata. Il consenso della donna e la sua intima adesione ad un percorso di uscita da una relazione violenta sono condizioni necessarie per insaturare una relazione di aiuto. Le donne devono poter esprimere la loro autodeterminazione. Nel racconto la donna sembra aver subìto l’azione penale e commenta la sua storia come se fosse stata abbandonata a se stessa. In un Centro la prima preoccupazione è trovare l’ospitalità per la donna insieme ai figli, lasciarle il tempo di decidere se denunciare e cosa fare, spiegando passo passo cosa può fare un Centro e cosa le accadrà. E ancora: è del tutto inusuale che fin dal primo incontro di accoglienza una donna sporga denuncia penale. Nel primo incontro la donna è accolta ed ascoltata, prima di agire (a patto che non ci siano situazioni di imminente pericolo)si deve capire. In secondo luogo, le operatrici dei centri antiviolenza non sono pubblici ufficiali e non possono fare segnalazione di reati presso la Procura. Sono tenute all’anonimato e alla segretezza circa quello che viene loro rivelato. La modalità di intervento di questo ‘Centro antiviolenza’, pare essere quello di un luogo istituzionale dove operano psicologhe che in qualità di pubblico ufficiale possono segnalare alla Procura della Repubblica eventuali reati e procedere con l’immediato coinvolgimento del servizio sociale per avviare procedure che riguardano i figli o le figlie. I luoghi istituzionali o semi-istituzionali fondano i loro interventi sull’applicazione di procedure rigide e non sul riconoscimento dell’autodeterminazione e della soggettività della donna. In un luogo istituzionale il progetto è proposto (o talvolta imposto) alla donna, in un Centro Antiviolenza la donna è la protagonista del proprio progetto di allontanamento da una relazione violenta. Purtroppo in Italia non esiste ancora una chiara definizione di Centro Antiviolenza. Un problema che ha reso possibile quella distribuzione di fondi a pioggia, recentemente decisa in conferenza Stato Regioni, che ha sollevato le proteste di D.i.Re e che ha incluso luoghi differenti e distanti dalla metodologia dei Centri antiviolenza storici, come molte associazioni che non si occupano specificatamente di violenza contro le donne (ad esempio il Movimento per la Vita e altre).
Il 24 luglio D.i.Re e altre organizzazioni non governative hanno presentato il Rapporto sull’attuazione della Piattaforma di Pechino per il quinquennio 2009-2014 per spiegare che cosa veramente è stato fatto dal Governo italiano in tema di diritti delle donne. Uno dei punti critici è la mancanza di chiarezza e di omogeneità, a livello nazionale, della definizione di Centro Antiviolenza e dei criteri atti a definire le caratteristiche dei servizi e delle strutture finalizzate ad accogliere ed ospitare le donne ed i loro figli. Inoltre manca la definizione e il riconoscimento della figura dell’operatrice di accoglienza. Oggi qualunque luogo può fregiarsi della qualifica di ‘Centro antiviolenza’ e può operare senza alcuna verifica delle competenze e della metodologia che attua ma soprattutto non è tenuto ad informare la donna sulla differenza tra luogo istituzionale e luogo privato. Le donne che chiedono aiuto devono sapere come lavorano i Centri Antiviolenza a cui si rivolgono, che siano pubblici o privati, e devono poter scegliere se affidarsi, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie.

mercoledì 16 luglio 2014

Le donne dei centri antiviolenza maltrattate dalla politica istituzionale

 
Le donne dei centri antiviolenza maltrattate dalla politica istituzionale è stato lo slogan della nostra protesta, quando il 10 luglio scorso siamo andate a Roma per i centri antiviolenza. Dopo la conferenza stampa alla Camera, organizzata da Celeste Costantino, siamo andate  in via della Stamperia davanti  alla sede della Conferenza Stato-Regioni che votava il  riparto dei fondi per le donne vittime di violenza. Quello che assegna tremila euro l’anno ai centri per “salvarli” dalla chiusura, quello che equipara i centri antiviolenza istituzionali a quelli delle organizzazioni non governative. I fondi saranno distribuiti (quei pochi che ci sono) al movimento per la vita, alle comunità madre bambino, agli sportelli per inserimento lavorativo di donne, ai  luoghi di conciliazione familiare e in alcune regioni, come il Piemonte, saranno esclusi alcuni dei centri antiviolenza aderenti  a D.i.Re.

L’indiscriminata distribuzione 
 di fondi è stata dettata anche da logiche burocratiche e  clientelari e dalla mancanza di conoscenza del problema ma  il pot-pourri di enti, consorzi, associazioni censito dalle Regioni è anche il prodotto della legge 119, cosiddetta sul femminicidio, che non individua quali sono i  criteri qualitativi per definire un centro antiviolenza. Una legge mata male, con logiche securitarie e che dovrebbe essere modificata.
 A Roma eravamo una sessantina: una per ogni centro. Abbiamo alzato lo striscione rosso diD.i.Re e altri cartelli e abbiamo gridato slogan contro il governo e la sua indifferenza nei confronti dei luoghi di competenza ed esperienza delle donne. Siamo maltrattate dal governo. Non avremmo potuto più sederci davanti ad una donna che rivela di subire violenze se non avessimo fatto sentire chiaro e forte il nostro dissenso perché la violenza contro le donne è anche un problema culturale e politico.
 
 
 
 
 
Mentre gridavamo la nostra protesta  sotto le finestre della conferenza Stato-Regioni, è arrivata la Digos: la nostra manifestazione non era autorizzata. ‘Le donne danno il meglio di sé quando trasgrediscono le regole’ diceva una compagna di Roma. Ci hanno chiesto di mettere via i cartelli, li abbiamo girati e  tenuti al collo e abbiano continuato a gridare slogan e allora la ministra Lanzetta ha incontrato una delegazione D.i.Re.
Le nostre richieste? I criteri siano selettivi.
Celeste Costantino, quando giovedì ha concluso la conferenza stampa, ha detto che in un Paese con la maggiore presenza di deputate della storia della Repubblica, con un Consiglio dei Ministri composto per metà di donne e con  la terza carica dello Stato  rappresentata da una donna non si può permettere lo svilimento dei centri antiviolenza.  Eppure questo è accaduto, lo svilimento c’è stato.
Dopo la nostra protesta qualche risposta sta arrivando ma è ancora presto per dire quanto e se le richieste D.i.Re saranno accolte. Noi terremo il punto.
 

lunedì 7 aprile 2014

Unitevi all'Appello dell'Associazione Nazionale D.i.Re al Governo Renzi

L'associazione nazionale D.i.Re donne in Rete contro la violenza si rivolge al presidente del Consiglio e pubblica un appello, invitando cittadine, cittadini, e parlamentari a firmarlo, affinchè siano mantenuti gli impegni presi dal Governo Letta. 

Dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, e l'approvazione della cosiddetta legge sul femminicidio che era stata criticata fortemente dai centri antiviolenza, lo scorso autunno erano cominciati i tavoli interministeriali per elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza. I tavoli si sono riuniti per due mesi, aprendo un confronto, tra istituzioni ed associazioni, con l'obiettivo individuare azioni, definire protocolli e progetti per prevenire il fenomeno della violenza, sostenere e rafforzare le vittime. D.i.Re vi ha partecipato coinvolgendo le operatrici e le attiviste dei 65 centri antiviolenza che rappresenta, ma con la caduta del Governo Letta, i tavoli non si sono più riuniti e non si sa ancora che ne sarà delle riflessioni e del materiale che è stato prodotto durante quegli incontri. Il precedente Governo aveva stanziato 17 milioni di euro che avrebbero dovuto essere distribuiti tra i centri antiviolenza nel 2013 e nel 2014, come era previsto nella legge sul femminicidio. Ebbene nemmeno di questi finanziamenti si è più saputo nulla. Il governo Renzi, nonostante gli appelli del movimento delle donne e delle attiviste dei centri antviolenza non ha ancora assegnato le Pari Opportunità né ad un ministero né in delega. 
A marzo era stato fatto il nome di Teresa Bellanova che sarebbe succeduta a Maria Cecilia Guerra, occupandosi della delega per le Pari Opportunità, ma anche in questa occasione, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Il Piano Nazionale Antiviolenza attende di essere rinnovato, ancora mancano protocolli omogenei sul territorio nazionale che rispondano adeguatamente alle donne che denunciano violenze, ancora ci sono solo 500 posti letto per le vittime e i loro figli, contro i 5mila500 previsti dalle direttive europee, e ancora i centri antiviolenza combattono giorno dopo giorno con la manzanza di finanziamenti e sopravvivono spesso grazie all'autotassazione delle attiviste. 
Nulla è cambiato da quando l'estate scorsa è stata ratificata, con il voto unanime del Parlamento, la Convenzione di Istanbul. Un atto che resterà una delle tante operazione di facciata, se non si manterranno gli impegni presi applicando le sue direttive. 
Il governo Renzi ancora non ha dato alcuna risposta, non l'ha data alle attiviste dei cenri antiviolenza e del movimento delle donne, non l'ha data alle donne che in Italia subiscono violenze e maltrattamenti. 
Unitevi all'appello! Lo trovate scaricabile QUI. Per aderire basta comunicare la propria adesione scrivendo a: direcontrolaviolenza@women.it
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