martedì 19 aprile 2016

Oggi Federico Barakat avrebbe compiuto 16 anni

di Cristina Obber • Avrebbe detto ciao mamma, e sarebbe uscito con gli amici, dopo aver studiato storia o matematica. E l’altro ieri, domenica, avrebbe sicuramente parato un gol, perché lui in porta era bravissimo. Avrebbe avuto una vita. La sua.
Invece Federico è morto a 8 anni, ucciso da un uomo che era suo padre, in un luogo che gli avevano detto chiamarsi protetto, per proteggerlo, appunto.
A scuola quel giorno era andato a prenderlo un signore che era l’educatore che aveva il compito di proteggerlo, di accompagnarlo in quel luogo che si chiamava protetto e di stare con lui durante l’incontro, che pure l’incontro si chiamava protetto. Invece non lo hanno protetto per niente. Nè i muri, né le persone, perché Federico ha tentato da solo di difendersi da quell’uomo che era suo padre, da un colpo di pistola che lo aveva preso di striscio, da quelle trenta coltellate che mano a mano che il tempo passava infierivano e nessuno lo aiutava e quell’uomo che era suo padre colpiva finché il coltello ha raggiunto gli organi vitali e allora Federico non ha più avuto la forza di muovere le sue braccia ferite, di opporre le sue piccole mani alla furia. E’ rimasto a terra Federico, sul pavimento del luogo protetto, ma non è morto subito. Ci ha messo un bel po’ di tempo, più di 50 minuti. Avrebbe voluto accanto la sua mamma mentre soffriva, eppure nessuno in quel luogo protetto ha deciso di chiamarla subito, hanno aspettato, chissà di cosa altro si stavano preoccupando. Forse delle cose di cui si sono preoccupati in seguito.
Che non è stato chiedere scusa alla mamma per non averlo protetto nell’incontro protetto in quel luogo protetto, ma è stato cercare di dimostrare a tutti che protetto non intendeva dire protetto fisicamente. Sono arrivati degli avvocati a dire che l’educatore non era responsabile di quello che era successo, e che non lo erano nemmeno la responsabile dei servizi sociali e un’altra assistente sociale che avevano sempre insistito affinchè Federico incontrasse quell’uomo che era suo padre nonostante la mamma dicesse che era un uomo pericoloso e violento come dicevano anche certi dottori a cui nessuno ha dato retta. E mentre in questi anni la mamma di Federico si chiedeva da cosa lo avessero protetto nell’incontro protetto in quel luogo protetto, loro si sono ingegnati così bene e gli avvocati sono stati così astuti che i giudici che hanno l’ultima parola gli hanno dato ragione, hanno cancellato le condanne e hanno deciso che tutti e tre quei tipi potevano continuare a fare il loro mestiere, a proteggere da non si sa cosa altri bambini in incontri protetti da non si sa cosa in quel luogo protetto da non si sa cosa.
La mamma di Federico pensava che almeno il sindaco di San Donato Milanese le spiegasse da cosa si proteggono i bambini negli incontri protetti in quel luogo protetto ma anche lui è d’accordo con la sentenza e così a chiedere una risposta la mamma di Federico è andata in Europa, in un posto che si chiama Corte dei diritti umani e sta in un luogo che si chiama Strasburgo. Ora mentre Federico avrebbe compiuto 16 anni e chi lo sa se sta giocando a pallone da qualche altra parte che non ci è dato di sapere, dei signori stanno leggendo la sua storia in una certa carta che si chiama ricorso (lo hanno scritto degli altri avvocati che quando parlano di Federico si rattristano molto) e sicuramente se questo a Federico è dato di saperlo sta facendo il tifo per la sua mamma che non ha mai smesso di lottare per lui. Oggi come regalo di compleanno possiamo farlo anche noi, donando un contributo all’associazione che ha aperto la sua mamma con il progetto fight4childprotection e twittando #giustiziaperFedericoBarakat, e scrivendolo anche su facebook, che oggi Federico avrebbe 16 anni e potrebbe iscriversi in Facebook pure lui, e chissà se nella foto profilo avrebbe i brufoli. [Fonte: pubblicato sulla 27^ Ora] 
@Nadiesdaa

mercoledì 3 febbraio 2016

L'odissea di Sara: non vede i figli da due anni

La mia odissea ebbe inizio  sei anni fa  allorché  finì   il mio matrimonio, durato circa 8 anni, preceduto da 2 di convivenza e da cui ho avuto tre bambini. Mio marito poco dopo la nascita della nostra terza figlia  incontrò un’altra donna e mi lasciò. Poco tempo dopo, cominciarono problemi a causa di interessi economici e venne fuori il carattere violento del mio ex che mi aggredì verbalmente e fisicamente. Nel periodo successivo procedette tutto tra alti e bassi, ma con rapporti tollerabili, giungendo, nel Dicembre 2011, ad una separazione consensuale. Nell’aprile 2012 ricevetti una lettera dalla compagna del mio ex dove venivo  offesa e minacciata ed esortata al suicidio perché ero una pessima madre. La denunciai e questo episodio fu forse l'inizio di tutto. Ovviamente peggiorarono i già difficili, ma controllati, rapporti con il mio ex che iniziò a farmi una guerra, esclusivamente per motivi economici  che, nel corso dei mesi successivi, degenerò fin dove mai mi sarei aspettata. Subii atti intimidatori, violenze e minacce, mirati soprattutto ad allontanarmi dalla casa che il giudice, nella separazione consensuale mi aveva affidato per viverci con i miei figli. Esposi regolare denuncia per questi episodi, ma  non arrivai a nessun risultato .



Nel Gennaio  2013, spaventata e disperata, mi rivolsi ad un centro antiviolenza, perché le forze dell'ordine non potevano fare altro che prendere le mie denunce senza poter intervenire in nessun modo. ( In Italia si deve aspettare la tragedia per intervenire).Nei mesi successivi il mio ex cominciò  a denigrarmi in presenza dei miei  figli. Ci fu un episodio gravissimo in cui il mio ex fece chiamare i carabinieri dalla bambina dicendo che la madre l'aveva picchiata selvaggiamente. Il maresciallo dei carabinieri che intervenne fu invitato dal mio ex a controllare la casa che a suo dire era “piena di uomini”. Il maresciallo, come riporta nella propria relazione, non trovò nessun uomo e rilevò che la bambina non aveva alcun  segno di violenza e stava palesemente recitando una parte. Mi sentivo continuamente  attaccata,ma forte e sicura di poter resistere. Probabilmente in 10 anni non avevo capito a fondo chi avevo di fianco poiché, nell'agosto del 2013, il mio ex  fece una mossa folle e crudele  e dall'effetto devastante. Denunciò un mio amico per abusi sessuali nei confronti dei bambini e me di averlo permesso e di intrattenermi con innumerevoli uomini. Immediatamente i bambini mi furono tolti e da quel giorno ho potuto vederli solo agli incontri protetti con la presenza degli assistenti sociali che, dopo un periodo, rilevarono un ottimo rapporto tra me e i miei figli e, infatti, produssero una relazione positiva a mio favore. Quindi, il mio ex, decise di inventare pure che i bambini, che gli stessi assistenti sociali relazionarono un ottimo rapporto con la madre, non  volevano più vedermi e smise di portarli agli  incontri e mi trovai così impotente di fronte a una legge assurda.
Solo allora realizzai chiaramente, ripensando a quando il mio ex mi diceva che mi avrebbe distrutto, annientato,che  mi avrebbe tolto i bambini che mi avrebbe sbattuto fuori dalla casa,  che aveva pianificato il tutto con gran cura per mettermi al tappeto. Ma io non mollai,ero fiduciosa nei confronti della giustizia, poiché non era possibile che un'accusa così potesse reggere e mi sembrava evidente che non fosse credibile che il " Mostro ", dopo dieci anni di convivenza, di cui 8 di matrimonio, e tre figli, venisse fuori, casualmente, al momento che, dopo la separazione, erano sorti forti attriti per motivi economici e in specifico il mantenimento per me e i bambini, l'assegnazione della casa coniugale e una società a me intestata che lui intendeva togliermi.

Iniziò però ad aprirsi una ferita sempre più profonda dovuta alla lontananza dei bambini e contemporaneamente ebbe inizio un processo penale che mi ha  trascinato in una vita fatta di udienze e incidenti probatori. Ce ne fu un primo con la CTU che ritenne che i bambini potessero essere attendibili, ma, come si pronunciò in udienza, pensava che, io non fossi a conoscenza degli abusi e soprattutto non li avessi indotti. Parallelamente, comincia a subire persecuzioni: minacce telefoniche e anche attraverso persone minacce e danneggiamenti. Iniziai così a rimanere spesso a dormire a casa del mio compagno e andavo sempre meno nella mia abitazione, poiché più di una volta avevo trovato il mio ex con la compagna. 
Una seconda CTU indicò che   la bambina più piccola fosse affidata in maniera esclusiva a me, che il padre la potesse vedere agli incontri protetti con audio e videoregistrazione, mentre i due più grandi potessero decidere autonomamente con chi stare. Eppure il giudice, nonostante questa relazione del CTU da lui stesso nominato,  decise che tutti e tre i bambini fossero affidati al padre, con restituzione della casa coniugale. 
Era riuscito a togliermi tutto con questa mossa vile. 
In questa guerra ho dovuto affrontare un'altra battaglia quella contro l’annullamento del matrimonio chiesto da mio marito alla Sacra Rota . Dopo una terza CTU sto aspettando che venga fatta l'udienza in merito. Trovo inaccettabile che in un paese che si considera civile, una madre, solo sulla base di accuse, senza prove, non abbia il diritto nemmeno di vedere i propri figli. Non sono ancora stata rinviata a giudizio, ma posso capire che vengano fatte indagini e anche un eventuale processo se ci sono anche minimi dubbi di abusi, ma nel frattempo una madre deve vedere i propri figli. Questo è un sacrosanto diritto! Sono più di due anni che non vedo e non sento i miei bambini e a Febbraio 2016  ci sarà l'udienza per decidere quando riattivare l'incontri.

Tutto ciò mi ha lacerato il cuore. Questa è la mia storia, difficile e dolorosa, di cui devo scrivere ancora la fine, che non so bene quale sarà, ma che sicuramente, se c'è una giustizia in questo paese, deve essere accanto ai miei bambini. 


martedì 12 gennaio 2016

Storia di Anna: mi scrive un'altra donna che teme di perdere l'affidamento della figlia

Ricevo e pubblico: è la lettera di un'altra donna che ha paura le sia sottratta la figlia.

Sono una mamma; per tutelare mia figlia non scriverò i nostri nomi, chiedo l'aiuto di tutte le Istituzioni e al vescovo di Ascoli Piceno. 
Per lavorare e mantenere dignitosamente la mia bambina di 3 anni, mi sono dovuta trasferire da Roma in un'altra città. Quando vivevamo a Roma, unitamente al mio ex compagno, quest'ultimo non ha mai partecipato alle spese inerenti il ménage familiare, né si è mai occupato della piccola, rifiutandosi di accompagnarci alle visite pediatriche e fisioterapiche. Nel momento in cui mi sono trovata a non percepire più uno stipendio il mio ex compagno ha continuato a non partecipare alle spese occorrenti per la nostra famiglia, e quindi ha ben pensato di andar via di casa, all' una del mattino, confessandomi di avere da tempo intrapreso un' altra relazione sentimentale. Dopo tre mesi circa ha tentato di rientrare in casa, ma al mio rifiuto mi ha trascinato al Tribunale di Roma, dichiarando su carta di essere un " padre amorevole ", ma nei fatti si comporta come sempre: non si preoccupa della bambina, difatti non la cerca neanche quando sta male, dichiarando che tanto c'è la tachipirina e che se occorresse portarla in ospedale tanto ce la porterei io (tutto ciò confermato dal mio ex compagno in udienza ). Premesso che io non ho messo limiti alle visite che il padre può fare alla figlia nè di giorni nè di orario, durante le feste non viene a trovarla neppure se cadono nei giorni di visita prestabiliti dal Tribunale e neanche le telefona. A Settembre 2015, dopo un anno e mezzo di disoccupazione, ho trovato un lavoro a Roma. Quest'occupazione potevo svolgerla durante l' orario scolastico di mia figlia, iscritta in una scuola privata a spese della sola mia famiglia, in modo da poterla seguire nella sua crescita. Il giorno prima dell' inserimento scolastico, il mio ex compagno mi ha comunicato di voler partecipare all' inserimento specificandomi che sarebbe stato meglio per la bambina vederci insieme in quell' occasione, ma la mattina seguente ha espresso il suo dissenso all' ingresso della piccola in aula. Il mancato accesso della bambina a scuola ha provocato in lei un trauma superato totalmente solo dopo aver intrapreso la scuola e la perdita del mio lavoro a Roma.

Conseguentemente ho trovato un lavoro a tempo indeterminato in un'altra città, ho acquistato una casa e da subito ho avvisato sia verbalmente sia tramite raccomandata con ricevuta di ritorno il mio ex compagno.
Successivamente solo dopo molto tempo dal mio trasferimento e durante l' udienza, il mio ex compagno ha richiesto il rientro a Roma della bambina, con la conseguenza che io perderei nuovamente il lavoro, unica fonte di reddito di mia figlia, e la mia piccolina non potrebbe più frequentare la scuola, dove si è ambientata benissimo. Il Tribunale di Roma dopo una sola udienza, in cui ha ascoltato solo me ed il mio ex compagno, senza svolgere istruttoria nè ascoltare i sommari informatori, ha deciso per il mio rientro affermando che se non ottempero all' ordine potrei perdere l' affido di mia figlia. Mia figlia non può perdere la scuola, nè l' opportunità di vivere in una città tranquilla che offre molto per i bambini. Io non posso perdere mia figlia, ma neppure il lavoro che mi occorre per mantenerla. Il diritto di visita del padre non viene leso, in quanto il mio ex compagno attualmente è ospitato in una casa a sole 2 ore di distanza dalla casa dove viviamo, ci tengo a sottolineare che siamo tornate a Roma i primi di Dicembre 2015 per l' udienza e siamo rimaste per 4 giorni ed il mio ex compagno è venuto a trovare nostra figlia un solo giorno per tre ore, da bravo " padre amorevole".

Nonostante l'ordine di rientro fosse per il 30 Dicembre 2015 io non sono tornata, rischiando che mi venga tolto l' affido di mia figlia,dato che a Roma non ho un lavoro e mia figlia non andrebbe a scuola.
Vi prego ad aiutarmi a divulgare la nostra storia: affinché le Istituzioni capiscano i problemi che stanno arrecando ad una bambina ed ad una madre.

venerdì 8 gennaio 2016

No Pas: un'altra lettera di una donna

Ricevo e pubblico e invito altre donne vittimizzate a scrivermi per denunciare una prassi che sta diventando consolidata, quella dell'allontanamento dei bambini e delle bambine da madri che hanno denunciato violenza familiare. Un problema che si deve cominciare a denunciare. Vi sarà garantito l'anonimato.

 Sono donna. Sono lavoratrice a tempo pieno. Pago le tasse. Ho una bella casa. Ho una bella famiglia unita e numerosa. Sono sana fisicamente e psicologicamente. Non bevo, non fumo, non mi drogo, mai avuto problemi con la legge.
Sono mamma.

Adoro mio figlio. Lo curo. Lo amo. Lo coccolo. Lo guido. Lo nutro. Lo lascio libero di fare esperienze. Lo rassicuro. Lo incoraggio. Lo ammiro. Lo proteggo. Lo rispetto. Voglio che cresca libero, forte, generoso, coraggioso, rispettoso del prossimo, circondato di amore e gioia.
Eppure mio figlio, di 5 anni, rischia ogni giorno di essere portato in una casa famiglia, lontano dai suoi affetti sicuri, lontano da me, dai nonni, gli zii, dalla scuola, dagli amici, dallo sport. Lontano da una vita che sia degna di questo nome. A mio figlio e alla mia famiglia nel 2013 è stata diagnosticata l’alienazione parentale da una CTU del Tribunale Ordinario della mia città. Aveva allora solo 3 anni. Sano, sereno, socievole, allegro, amato. L’alienazione parentale (ex PAS) non esiste. Non è riconosciuta come malattia in nessun manuale. Non lo dico io ma i medici. Eppure la CTU, neuropsichiatra infantile, gliel’ha affibbiata senza pietà e senza alcuno straccio di dato oggettivo a supporto. La CTU scrive che io rappresento al bambino un’immagine negativa del padre ed è per questo che il bambino non vuole stare da solo con lui. Mai indagato su comportamenti paterni.  Eppure avevo raccontato prima al Giudice e poi alla CTU stessa le violenze psicologiche che ho subito dal mio ex. L’isolamento. Le vessazioni. Gli insulti. Le prepotenze. Gli sputi. Le spinte. Le minacce verso di me. Le minacce perpetrate attraverso il bambino. La minaccia costante di portarmelo via perché mi avrebbe fatta passare per pazza. Gli ho raccontato che di questo bambino lui non si è mai occupato fin dalla nascita volutamente e che lo trattava da sempre come un oggetto inanimato.  Come trattava me. Oggetti da distruggere per nutrire il suo odio. Tutto programmato.
II Giudice prima e la CTU poi pur vedendomi per la prima volta e ignorando completamente la realtà dei fatti e le mie parole, mi hanno detto che io stavo arrecando un gravissimo danno a mio figlio, che il bambino sarebbe diventato gay o tossicodipendente perché questo accade ai bambini che non hanno un costante e continuativo rapporto col padre. Che da grande mi avrebbe odiato per quello che gli stavo facendo. Che ero io a fare violenza psicologica a mio figlio! Chiedo loro ”ma cosa gli sto facendo?”, sono io vittima di violenza domestica e mio figlio con me. Sto cercando di proteggerlo. Mi hanno risposto che quei racconti non erano racconti di violenze e che comunque il padre è sempre il padre e il padre può fare ciò che vuole. Mi hanno risposto che se avessi continuato con i miei comportamenti (quali però non lo dicono mai..) il bambino sarebbe finito in casa famiglia. Mi dicono che devo cambiare opinione sul padre di mio figlio e mio figlio la cambierà a sua volta (la colpevole sono già io, la condanna è già mia!). Vengo in buona sostanza MINACCIATA anche da chi dovrebbe tutelare donne e bambini e applicare la legge. Buio.
Riferisco il tutto ai miei CTP chiedendo aiuto per mio figlio. Mi dicono di tacere perché se la CTU viene a sapere queste cose mi toglie il bambino con una “bella accusa di Alienazione genitoriale” perché si sa che le accuse verso i padri durante la separazione sono tutte invenzioni di donne cattive e manipolatrici. Io non capisco. Mi sembra un incubo. Dove sta la legge, la tutela dei minori, delle donne vittime di violenza? Sto denunciando dei fatti gravi e nessuno ci aiuta anzi ci stanno lentamente massacrando.
Mi dicono “signora deve collaborare o perde suo figlio!” ma io sto già collaborando. Cosa devo fare ancora? Sono una brava mamma perché dovrei perderlo? Ho paura. Mi rivolgo alle forze dell’ordine varie volte. Tutto inutile. Se non hai le ossa spezzate o il sangue che sgorga a fiumi nessuno può intervenire (e anche in questo caso a questo punto ho dei dubbi…).
La CTU non ha mai incontrato la famiglia di lui eppure ha scritto al Giudice che è migliore della mia. La CTU non ha depositato in tribunale i test psicodiagnostici a cui ci fece sottoporre e dovrebbe farlo per legge per garantire il contradditorio mettendoli a disposizione delle parti e del Giudice stesso.
Cerco a quel punto di tenere duro. Di affrontarla questa CTU. Di dirle che stanno facendo un grave errore e stanno danneggiando il mio bambino. Mi dice, sfrontata e forte del suo potere e delle altre denunce ricevute e prontamente archiviate, che se non mi sta bene come è condotta la CTU non mi resta altro che denunciarla perché non decido io come si fa una CTU. Chiedo la ricusazione della CTU. Il giudice la respinge. La CTU è “tristemente famosa” per aver tolto i figli ad altre donne. Tutti sanno. Nessuno la ferma.
Relazionano di nuovo contro di me dicendo che io non agevolo il bambino e che sono ostile al padre (tutte congetture, falsità, opinioni personali). Sottolineano perfino se mi muovo o sto ferma fisicamente. Se rido o sono seria. Se parlo o taccio e se parlo cosa dico, perché e come. Il padre lo dipingono come un povero padre disperato e mia vittima. Non fa il padre in nessun modo ma la colpa è mia non sua! Il bambino viene trattato e dipinto come un povero psicopatico da curare (mai sentiti pediatra, maestre, amici, parenti e perfino la psicologa della ASL che aveva già detto mesi prima che il bambino stava benissimo psicologicamente anzi che è un bambino molto intelligente, educato e meraviglioso).
Chiedo aiuto a chiunque. Non arriva. L’avvocato si affligge con me. Non c’è legge che tenga di fronte a queste cose. Presenta ricorsi, prove, documenti, certificati medici, cartelle cliniche, denunce. Nulla. Veniamo ignorati. Conta solo la CTU che nessuno mai metterà in discussione neppure tra 100 anni. Conta il padre. NON IL BAMBINO.
La violenza domestica diventa per tutti loro “esperti in materia” CONFLITTUALITA’ e ovviamente la più conflittuale sono io perché voglio piegarmi alle loro minacce e non metto mio figlio in pasto ai leoni in silenzio come vorrebbero loro.
La Corte d’Appello ovviamente rigetta il mio ricorso basandosi di nuovo solo su quella CTU e quindi sull’alienazione genitoriale e sulle relazioni dello spazio neutro zeppe di falsità, calunnie. Mi descrivono come un’arpia, una manipolatrice di menti, l’artefice della rovina di mio figlio. Non c’è scampo. Il bambino, scrivono, sarebbe immediatamente destinato ad una casa famiglia (per il resettaggio tipico della cura stabilita dai fautori della PAS) e poi affidato in via esclusiva al padre ma si “salva”, ci salviamo, perché ha problemi di salute.
I servizi sociali, scrive la Corte, devono tempestivamente comunicare alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni ogni comportamento pregiudizievole tenuto dai genitori (si sono vergognati di scrivere “dalla madre , fanno vedere che sono equi) per procedere con provvedimenti più severi (di più????) ed eventualmente togliere la potestà genitoriale. Accidenti, nemmeno le madri omicide perdono la potestà genitoriale e il diritto di vedere i figli eppure io rischio questo ogni giorno con la fedina penale assolutamente intonsa e comportamenti assolutamente da persona normale e civile…Curioso Paese il nostro!
Sono quasi 3 anni che siamo in questa ragnatela assurda. Lottiamo contro i mulini a vento. La nostra vita è devastata. Non c’è più pace. Vivo nel terrore che una parola dei servizi sociali possa mettere mio figlio in pericolo come in effetti già è accaduto e accade continuamente.
Quella abominevole sentenza sta li. Scritta nero su bianco. Definitiva. Un’onta. Una condanna. Il padre di mio figlio la porta ovunque come un trofeo. E’ colpa della madre. Già… è tutta colpa della madre. È scritto vedete? Quale danno ci hanno fatto? È incalcolabile. Mi hanno tolto la gioia di veder crescere mio figlio perché in un attimo vorrei essere nell’anno in cui lui ne compirà 18 e sarà libero da questi mostri!
Oggi lotto ogni santo giorno affinché questo scempio finisca. Sopravvivo al dolore e alla paura.
La cosiddetta PAS (o come volete chiamarla) patologia inesistente continua ad essere applicata nei tribunale in barba alla stessa scienza, è la nuova santa inquisizione contro le donne, tortura e  uccide lentamente. Qualcuno per favore può aiutarci? Grazie!

Una mamma

lunedì 21 dicembre 2015

Lettera di una mamma a Gesù bambino

Ricevo e pubblico una lettera inviatami da una donna accusata di alienazione parentale o Pas

Caro Gesù bambino,
in occasione della ricorrenza della tua nascita, vorrei rivolgerti una preghiera, che mi auguro tu riesca ad ascoltare in mezzo al frastuono di richieste ed appelli che in questo festoso periodo avrai già ricevuto e continuerai a ricevere. Per favore, non scordarti di vegliare su mio figlio, che è venuto al mondo proprio in questi giorni di festa, e compie gli anni come te alla fine dell’anno. Mio figlio Franceschino è venuto alla luce una notte di dicembre, nella casa della mamma, in mezzo a fiocchi di neve, pacchetti sotto l’albero e fuochi d’artificio.

Sono una mamma dinamica, presente per lui quel poco che resta del giorno, fra il tramonto e l’ora di fare le nanne, quando ritorno dal lavoro, sempre un po’ troppo stanca, ed un po’ preoccupata per le bollette e l’affitto da pagare, i compiti da finire, la cena e la buona notte da preparare per lui. Faccio tutto da sola. I preziosi angeli del focolare che si occupano di lui per tutto il resto del tempo sono i nonni, pilastri di questa vita tiranna di affetto e di pace.
Per favore, non dimenticarti di Franceschino. Questo potrebbe essere il primo Natale che trascorre lontano dalla sua famiglia, o forse, se tu getti un po’ di polvere sul fascicolo che da anni è ferocemente vivo presso il Tribunale dei Minorenni, potrebbe essere almeno l’ultimo che trascorre a casa. Il mio bimbo è scomodo a tanti. Non lo vogliono lasciare a casa, nella casa dove è nato con le persone che lo hanno atteso e cresciuto, fra mille sacrifici e gioie. Io non lo posso tutelare, né sono più in grado di farlo restare a casa nostra. Non sono nemmeno più forse la sua mamma. Lo resto nel DNA e nelle amorevoli cure e calore e serenità che ho saputo offrirgli in questi anni.
Lo so che lui non è un bimbo siriano, afghano, o coreano. È italiano. Non ha patito bombardamenti, mutilazioni né esodi. Eppure è anche lui un profugo di guerra, vittima di un crudo regime. Anche lui presto dovrà abbandonare la sua casa, la sua scuola, la sua normalità, i suoi affetti più cari per essere collocato in un istituto insieme ad altri bambini i cui familiari non sono in grado di occuparsene, provenienti da ogni dove. Di miserie ce ne sono tante, che non si vedono al notiziario delle 20.00. Se avessi perso il lavoro e non fossi più in grado di mantenerlo in una vita decorosa, caro Gesù bambino, ti chiederei di farmi trovare un nuovo lavoro. Ma il lavoro non mi manca. Se avessi perduto la casa, ti chiederei di farmene trovare una, piccola piccola, in cui ci fosse spazio per mettere un lettino e un po’ d’amore la sera. Eppure non ho perso nemmeno la casa. Se io avessi perso la salute, e non fossi in grado di curarmi del mio bimbo, ti chiederei di darmene ancora un po’. Se io avessi perso la ragione, e la sto per perdere, credimi, ti chiederei di restituirmela. Se io fossi una criminale, ti chiederei perdono per le mie colpe, chiederei subito di pagare il mio conto con la società, per essere reintegrata. Se ci fosse qualcosa che io potessi cambiare per poter tornare ad accudire il mio bimbo, ti prego di farmelo sapere, e di fare questo miracolo.

Mi chiederai ora dov’è suo padre e perché non ci aiuta.
Caro Gesù, perdonalo anche tu. Illuminalo. Proteggi Franceschino dalla sua guerra e dal suo odio. Prima che il seme di una nuova vita nascesse nel mio grembo, lui mi aveva già fatto del male. Sono fuggita. Impaurita e spaesata. Un giorno poi è tornato. È tornato a prendersi quello che gli appartiene. Un patriarca con piena ed indiscussa autorità sui suoi discendenti. Qualunque cosa lui chieda al bambino o a me, gli è dovuta per diritto. Ha scatenato una guerra lucida e ostinata, con un esercito professionale ben strutturato al suo seguito. Prima mi ha indebolita fisicamente, economicamente e psicologicamente. Poi si è recato presso il Tribunale indicando una da lui presunta incapacità genitoriale mia, ed una presunta sindrome psichiatrica da cui potrebbe essere afflitto il bimbo a causa della mia incapacità genitoriale. Sono stata definita una mamma con comportamento alienante, hanno detto che plagio mio figlio per non fargli amare il padre. Che mio figlio ha un problema relazionale col padre a causa mia. Franceschino da quando è nato ha visto suo padre principalmente nelle stanze delle Asl, dei centri specializzati, nelle Caserme, nei corridoi dei Tribunali, della Procura, nelle asettiche stanze con la telecamera accesa. Sono stata insultata e lesa da tutti quelli che in quegli spazi ho incontrato. Il male peggiore non sono state le percosse ricevute, ma il non essere creduta, sostenuta, né aiutata. Neppure ascoltata. Essere accusata di essere malevola, superba, ostativa. I miei difensori vedevano gonfiare il loro portafogli mentre si assottigliavano le possibilità di tenere mio figlio a casa con la mamma. Nessuno ha detto che far nascere e crescere un bambino sano e stupendo sia stato un atto di coraggio ed amore da parte mia.
Esclusivamente mia. Nessuno ha contestato la mancanza di interesse e di sostegno da parte del padre. Lui non esercita neppure il diritto di visita, trincerato dietro le scuse e le contestazioni tutte uguali riguardanti il mio operato. Nessuno mi ha concesso il diritto di affiancare il mio cognome a quello del padre. Nessuno ha ritenuto che io avessi il diritto di continuare ad occuparmi di mio figlio, dal momento che non se ne occupa anche il padre.
Sono stati eseguiti molteplici accertamenti ed indagini su di me, sulla mia psiche e sulla mia vita. Sulla relazione con mio figlio. Sono risultata una persona normale, che abita in una casa decorosa, con un lavoro stabile, un cinema ogni tanto. Non faccio uso di stupefacenti, non bevo alcol, non ho una condotta sessuale promiscua. Non mi prostituisco. Non ho mai maltrattato mio figlio. La mia fedina penale è immacolata. Neanche una cartella di Equitalia. Qualche multa per divieto di sosta, forse. Non soffro di disturbi o patologie accertati. La mia unica dipendenza è relativa al cioccolato fondente. Potessi correggere qualcosa della mia persona o del mio comportamento per fare in modo che lui resti a casa con me, lo farei subito. Eppure non sono più ritenuta una buona mamma per il mio Franceschino. Nonostante lui sia un bimbo sano, sereno, in una fase di sviluppo normale per la sua età. Va a scuola, l’inglese, il basket, la bicicletta senza rotelle. Gli amichetti, le festicciole, le letterine, il pongo, i supereroi.

Il mio principale difetto? È stato detto che, sebbene il mio bimbo sia capace di distaccarsi con serenità da me per esplorare lo spazio che lo circonda, io vivo male il distacco da lui. E questa è una vera contraddizione in termini: se è stato riscontrato da parte degli specialisti, di fatto, che Franceschino è in grado di distaccarsi serenamente dalla sua figura di riferimento principale, anche detta caregiver, che nel suo caso specifico coincide con la mamma, la psicologia insegna che questo processo è possibile solo se l’adulto è in grado di non suscitare ansie in lui nel momento dell’allontanamento e del ricongiungimento. E perciò, se non sono presenti ansie nel mio bimbo, significa che le ansie non sono presenti neanche in me. Ma c’è di più: significa che sono una mamma premurosa, solida, accogliente, che lo stimola e lo incoraggia adeguatamente alle sue piccole grandi scoperte e conquiste, e che posseggo la giusta serenità ed il giusto equilibrio per renderlo sempre più autonomo e supportarlo nelle sue normali fasi di crescita e sviluppo. Ma questo è in effetti il mio peccato originale. Non viene tollerato da parte del padre né dalla società civile il fatto che questa mamma non sia riuscita a trasferire su quel padre lo stesso attaccamento da parte del figlio. Come se la responsabilità di ciò fosse mia. Allora è cominciato ad andare tutto di traverso. Le ostilità, le minacce, gli ammonimenti, gli incartamenti. Hanno cominciato a scrivere che sono ostativa, iperprotettiva, alienante. Eppure mio figlio continua ad essere lo stesso bambino allegro e sicuro di sempre. Ma con qualche incertezza. Con qualche timore. Franceschino è stato trascinato presso tante aule, ha conosciuto tante figure che hanno tentato di sostituirsi alla sua mamma. Che gli hanno spiegato che se lui non si comporta bene gliela porteranno via, la sua mamma, la sua casa, la sua vita..

Mio figlio sta vivendo come un prigioniero. Sa che le maestre a scuola lo osservano e lo valutano. Ha paura di farsi vedere con un buco nei pantaloni o con il grembiule sporco, di dare uno spintone ad un compagno o di piangere se inciampa e cade. Ha paura quando la notte è buio e non mi sente accanto a lui. Ha paura che i miei sacrifici non possano bastare per lasciarlo crescere dove lui è nato, dove sta bene, e soprattutto dove il padre non viene mai a trovarlo, per disprezzo e rabbia. Suo padre è infatti disponibile ad venirlo a trovare solo in uno spazio neutro o in un istituto, ove io non devo neppure farmi vedere, come una criminale, ed ove terze persone epureranno il bambino dalla mamma e dalla famiglia materna intera. Dopo che Franceschino sarà stato opportunamente minacciato, resettato ed purificato dalla mia contaminazione, allora si renderà disponibile a tutto pur di uscire dal lager, anche di andare a vivere con l’estraneo padre padrone. Soltanto allora la guerra infanticida e matricida sarà definitivamente vinta. Non gli è stato possibile mantenere neppure il mio cognome, affiancato, anzi, posposto a quello del padre, per mantenere viva almeno la mia memoria. Non è possibile, infatti, tuttora in Italia, presentare la richiesta di aggiunta del cognome materno per un minorenne, senza il consenso del padre.
Caro Gesù bambino,
quest’anno per Natale ho ricevuto un parere favorevole affinché sia revocata la mia responsabilità genitoriale. Manca solo un timbro, poi l’allontanamento forzato, i traumi, le vite spezzate, le ferite irrimediabili. Non ho fatto niente, non ho colpe da espiare. Ho solo chiesto che Franceschino possa abituarsi gradualmente e con la massima calma e serenità alla presenza di un estraneo: suo padre. Ho solo chiesto di ascoltare i suoi bisogni e rispettare i suoi tempi, in nome di un’infanzia serena in cui, passo dopo passo, si tentasse di integrare anche il padre. Lo continuerò a chiedere sempre, anche se continueranno a non ascoltarmi. I sacrifici sono stati richiesti solo al bambino. Il padre non deve fare nulla. Ha fatto la sua denuncia, ha detto che il bambino non è bendisposto nei suoi confronti, e grazie a dei grossolani accertamenti e grazie a delle discutibili sottrazioni di prove, è risultato credibile. Lui che non ha cambiato un solo pannolino e che non ha curato neanche un raffreddore. Che non ha mai fatto una telefonata per dire buonanotte. Lui che è nullatenente per non mandare il mantenimento. Io che sono amorevole, presente e solida, vado invece punita. Punita perché nel 2015 non si può crescere un bambino felice se il patriarca non è d’accordo.

Nel 1994, anno della famiglia,  Giovanni Paolo II scrisse una lettera ai bambini per Natale. **“Nelle vicende del Bimbo di Betlemme potete riconoscere le sorti dei bambini di tutto il mondo. Se è vero che un bambino rappresenta la gioia non solo dei genitori, ma della Chiesa e dell'intera società, è vero pure che ai nostri tempi molti bambini, purtroppo, in varie parti del mondo soffrono e sono minacciati: patiscono la fame e la miseria, muoiono a causa delle malattie e della denutrizione, cadono vittime delle guerre, vengono abbandonati dai genitori e condannati a rimanere senza casa, privi del calore di una propria famiglia, subiscono molte forme di violenza e di prepotenza da parte degli adulti. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di tanti bambini, specialmente quando è causata in qualche modo dagli adulti? […] Proprio meditando su questi fatti, che colmano di dolore i nostri cuori, ho deciso di chiedere a voi, cari bambini e ragazzi, di farvi carico della preghiera per la pace. Lo sapete bene: l'amore e la concordia costruiscono la pace, l'odio e la violenza la distruggono. Voi rifuggite istintivamente dall'odio e siete attratti dall'amore: per questo il Papa è certo che non respingerete la sua richiesta, ma vi unirete alla sua preghiera per la pace nel mondo con lo stesso slancio con cui pregate per la pace e la concordia nelle vostre famiglie.”** 
Caro Gesù bambino, prega per tutti i bambini che non hanno il diritto di rimanere a casa propria, per tutte le mamme ed i padri amorevoli che si trovano impossibilitati a tutelare le proprie creature. Prega il mio Franceschino, dagli la forza di resistere agli assalti di suo padre e della nostra vigliacca società cosiddetta civile. Tieni nel tuo cuore le sorti dei tanti, tantissimi bambini che sono vittima di questa guerra silenziosa e terribile che non suscita la compassione dei nostri concittadini perché no, non passa al notiziario delle 20.00. Ancora oggi sessanta milioni di italiani sono fortemente convinti che non sia possibile allontanare un bambino dalla madre, a meno che lei non sia effettivamente pericolosa per lui. Ma purtroppo si sbagliano.

Una mamma per sempre.


sabato 21 novembre 2015

Vassallo e il dito contro vittime di violenza: no grazie, ce ne sono già a sufficienza

"Perché non hai detto qualcosa”, mi hanno chiesto, preoccupati e confusi. “Avremmo potuto aiutarti. Avremmo potuto fare qualcosa!” Ci credo. Se avessero saputo quanto orribile la mia vita era diventata, non ho dubbi che avrebbero fatto del loro meglio per aiutarmi. Ma tutto questo è successo più di vent’anni fa. Oggi sono guarita, emotivamente sana, ne sono definitivamente uscita, e col senno di poi è facile vedere con chiarezza che i miei amici e la famiglia mi avrebbero aiutato. Ma allora non era così. Perché quando sei nel bel mezzo delle cose, nel bel mezzo di un inferno del quale sei convinta di essere responsabile, non puoi vedere nulla in modo chiaro. La paura e la vergogna ti consumano: sono costantemente al tuo fianco. E quando guardi la tua famiglia e gli amici, li immagini mentre ti giudicano e ti deridono. Perché conosci le loro opinioni sulle donne coinvolte in relazioni violenteQuella che avete appena letto è la testimonianza di una donna che ha subito violenza tratta dal blog Ricciocorno Schiattoso

Come tante donne e uomini, ieri ho espresso forti critiche alla riflessione di Nicla Vassallo pubblicata il 18 novembre scorso e intitolata “Sulla violenza contro le donne meglio dubitare”. Le proteste si sono levate sul web contro un post che in soldoni giudica le donne che subiscono violenza. 
Quel  dito puntato crea uno spartiacque tra me e te, tra un noi e voi. Donne consapevoli e donne inconsapevoli. Ma ci servono i giudizi? Negli anni in cui ho incontrato le donne che rivelavano quotidiane violenze, ho imparato ad espellere il giudizio come fosse una mela avvelenata. La riflessione di Vassallo non dona alcun apporto fecondo al problema, banalizza in maniera disarmante e soprattutto tratteggia la figura della donna vittima di violenza sulla base di stereotipi. La violenza sessista evapora ove un’abile manipolazione confonde le responsabilità anche giudicando le vittime. Abbiamo tanti di quei diti puntati da non averne bisogno di altri.

Le donne sono "conniventi", "istigano", sono "ambivalenti" e via con le interpretazioni che fanno perdere di vista la realtà e quella disparità con gli uomini che si regge su una stratificata struttura di potere economico e sociale. 
Lottiamo ancora oggi contro queste opinioni e a volte inciampiamo ancora (ancora?) nella spiegazione del problema come rapporto vittima carnefice. 
Fin dal momento in cui nascono, uomini e donne sono soggetti a differenti destini, indotti con le buone o con le cattive ad aderire alla costruzione sociale del genere nella logica del mantenimento di prestabiliti rapporti gerarchici. Non si può distogliere l’attenzione dal sistema che mantiene in essere  le relazioni di dominio e potere, eppoi mettere sullo stesso piano chi agisce violenze (o trova vantaggio dalle discriminazioni) con chi  tali violenze o discriminazioni subisce.
Grazie alle testimonianze delle donne  abbiamo scoperto da un bel pezzo la connivenza tra famiglia, società, istituzioni e violenza. Se volgiamo uno sguardo sul piano di realtà è vero che la Convenzione di Istanbul è legge, eppure ancora oggi ci sono casi di rimozione della violenza che avviene non solo  nelle donne, nella società e nelle famiglie ma nelle sentenze o nei provvedimenti dei tribunali, nelle relazioni degli assistenti sociali, nella narrazione che viene fatta della violenza contro le donne. 
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una pericolosa tendenza che ha distorto i percorsi volti a restituire forza alle vittime per volgerli contro di esse; per creare nuove forme tutela e di controllo e senza che si agisse adeguatamente per bloccare i comportamenti violenti. 
La reazione contro la libertà delle donne è forte perché la posta in gioco è alta.
Le donne debbono fare la loro parte ed essere coscienti della loro adesione ad una cultura che le subordina e le vittimizza. Si, è vero e chi lo nega? Questa osservazione fatta dalla Vassallo mi pare sinceramente la scoperta  dell'acqua calda. 
Monica Lanfranco, in Letteralmente femminista, ha scritto qualche anno fa che si dimentica, o si tace consapevolmente, di dire che la libertà delle donne è scomoda, imprevista e mal vista, per motivi diversi sia dagli uomini che dalle donne stesse, combattuta sempre e nemica del successo e della coabitazione con il potere; a meno che non si tratti di libertà ceduta per cooptazione, per contratto a termine e in subordine alle regole da rispettare nei luoghi e nei ruoli che contano, senza metterli in discussione.
@nadiesdaa

venerdì 6 novembre 2015

#7N Un ponte tra sorelle in marcha contra las violencias machistas

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Sabato 7 novembre 2015: a Madrid le donne spagnole parteciperanno alla Marcha Estatal contra las violencias machistas e occuperanno strade e piazze in quello è stato già battezzato il movimento del 7 novembre. Le femministe spagnole sono riuscite a superare  le barriere ideologiche che le dividevano e a porre l'interesse per i diritti delle donne al di sopra di tutto. Unite e compatte porteranno la loro protesta nelle strade di Madrid. La mobilitazione nazionale è molto forte tantoché  l'assessorato alle pari opportunità del  comune di Villa-Real, sulla costa spagnola vicino Valencia, ha messo a disposizione  pullman gratituitamente per partecipare alla marcia di domani. Non è la prima volta che le donne spagnole si mobilitano in massa. Il 1° febbraio del 2014 parteciparono in  migliaia alla manifestazione Porque yo decido spostandosi sui treni per protestare contro il progetto di legge del ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardón, che intendeva vietare l’aborto come libera decisione della donna, limitandone il ricorso ai casi di violenza sessuale o di grave rischio per la salute della donna.
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Sulla pagina Fb del gruppo Noi non ci stiamo! (al quale ho aderito) Simona Sforza ha scritto, riguardo a domani, che:  "la mobilitazione spagnola e tutte le altre che vi hanno aderito e che solidarizzano a distanza sono la dimostrazione che manifestare è ancora una modalità fondamentale di lotta e per rendere visibili i problemi e le istanze hanno capito che non c'è più tempo da perdere, si sono mobilitati tutti e tutte.. oltre gli steccati e le appartenenze. Sono un faro per tutte noi!".


In Italia proprio il gruppo Noi non ci stiamo!   sta mantenendo i contatti con le donne spagnole ed oggi  ha pubblicato una lunga lettera nella quale si rivolge alle madrilene e  scrive: vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre. L'invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave. Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola.
L'Italia non è la Spagna, non lo è per le note positive. Nel nostro Paese non c'è, al momento, un  movimento femminista compatto e vitale ma molti gruppi femministi divisi  da innumerevoli steccati rispecchiando  un dna tutto italiano.  Purtroppo assomigliamo di più alla Spagna per le politiche di attacco alla libertà delle donne. Le politiche conservatrici del governo di destra  Rajoi hanno minato il diritto all'autodeterminazione delle donne, cercando di limitare la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza (ma hanno trovato la ferma opposizione delle spagnole); in Italia il governo Renzi non muove un dito per risolvere la questione dell'obiezione di coscienza che ormai riguarda oltre il 70% dei ginecologi che operano nelle strutture pubbliche. La ministra alla sanità Beatrice Lorenzin adottando la strategia del muro di gomma continua a sostenere che va tutto bene e a dispetto di quanto denunciato dai ginecologi della Laiga, continua a firmare  rapporti ministeriali dove si sostiene che l'obiezione di coscienza non ostacola le donne italiane che scelgono di abortire. Ma i dati dicono ben altro.
Le scelte politiche dei governi italiano e spagnolo sono affini purtroppo anche per gli interventi sul tema della violenza contro le donne. In Spagna Rajoi ha agito in maniera più diretta ed  ha tagliato i fondi per gli interventi a sostegno delle donne maltrattate mentre in Italia il governo si è mosso in maniera più subdola confermando quella schizofrenia tra proclami demagogici e attuazione di politiche di contrasto al femminicidio. I pochi fondi che erano stati stanziati con la legge sul femminicidio   sono andati dispersi in mille rivoli: distribuiti senza definire alcun  criterio qualitativo   sono stati inghiottiti da logiche clientelari e finiti nella mani di associazioni che non si erano mai occupate specificamente di violenza. Intanto ai  centri anti-violenza sempre più in affanno sono andate sole le briciole.
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Domani si manifesterà a Bristol, Londra, Parigi, Stoccarda, Vienna, Strasburgo, Dublino.
A Milano l'appuntamento è alle 15.30, in Piazza Cordusio,  angolo via dei Mercanti. La manifestazione a Milano verrà  rilanciata anche domani su Radio Onda D'Urto di Brescia.
@nadiesdaa
Pubblicato anche su Il porto delle nuvole