lunedì 7 aprile 2014

Unitevi all'Appello dell'Associazione Nazionale D.i.Re al Governo Renzi

L'associazione nazionale D.i.Re donne in Rete contro la violenza si rivolge al presidente del Consiglio e pubblica un appello, invitando cittadine, cittadini, e parlamentari a firmarlo, affinchè siano mantenuti gli impegni presi dal Governo Letta. 

Dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, e l'approvazione della cosiddetta legge sul femminicidio che era stata criticata fortemente dai centri antiviolenza, lo scorso autunno erano cominciati i tavoli interministeriali per elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza. I tavoli si sono riuniti per due mesi, aprendo un confronto, tra istituzioni ed associazioni, con l'obiettivo individuare azioni, definire protocolli e progetti per prevenire il fenomeno della violenza, sostenere e rafforzare le vittime. D.i.Re vi ha partecipato coinvolgendo le operatrici e le attiviste dei 65 centri antiviolenza che rappresenta, ma con la caduta del Governo Letta, i tavoli non si sono più riuniti e non si sa ancora che ne sarà delle riflessioni e del materiale che è stato prodotto durante quegli incontri. Il precedente Governo aveva stanziato 17 milioni di euro che avrebbero dovuto essere distribuiti tra i centri antiviolenza nel 2013 e nel 2014, come era previsto nella legge sul femminicidio. Ebbene nemmeno di questi finanziamenti si è più saputo nulla. Il governo Renzi, nonostante gli appelli del movimento delle donne e delle attiviste dei centri antviolenza non ha ancora assegnato le Pari Opportunità né ad un ministero né in delega. 
A marzo era stato fatto il nome di Teresa Bellanova che sarebbe succeduta a Maria Cecilia Guerra, occupandosi della delega per le Pari Opportunità, ma anche in questa occasione, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Il Piano Nazionale Antiviolenza attende di essere rinnovato, ancora mancano protocolli omogenei sul territorio nazionale che rispondano adeguatamente alle donne che denunciano violenze, ancora ci sono solo 500 posti letto per le vittime e i loro figli, contro i 5mila500 previsti dalle direttive europee, e ancora i centri antiviolenza combattono giorno dopo giorno con la manzanza di finanziamenti e sopravvivono spesso grazie all'autotassazione delle attiviste. 
Nulla è cambiato da quando l'estate scorsa è stata ratificata, con il voto unanime del Parlamento, la Convenzione di Istanbul. Un atto che resterà una delle tante operazione di facciata, se non si manterranno gli impegni presi applicando le sue direttive. 
Il governo Renzi ancora non ha dato alcuna risposta, non l'ha data alle attiviste dei cenri antiviolenza e del movimento delle donne, non l'ha data alle donne che in Italia subiscono violenze e maltrattamenti. 
Unitevi all'appello! Lo trovate scaricabile QUI. Per aderire basta comunicare la propria adesione scrivendo a: direcontrolaviolenza@women.it
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domenica 6 aprile 2014

In ricordo di Nicoletta Livi Bacci

Con grande dolore diciamo addio a Nicoletta Livi Bacci.
Nicoletta è mancata improvvisamente il 5 aprile, lasciando un grande vuoto nelle donne dei centri antiviolenza e non solo. 
Ha dedicato tutta la sua vita all'impegno contro la violenza alle donne perchè in questo Paese pigro e conservatore, si diffondesse una cultura di genere che spazzasse via pregiudizi e discriminazioni sessiste e misogine. Era stata fondatrice, insieme a Catia Franci, dell'associazione Artemisia, e ne stata presidente per diciassette anni. Era un punto di riferimento per la rete nazionale dei Centri Antiviolenza e per il movimento delle donne. Insieme ad altre compagne ha creduto e voluto che i centri antiviolenza si costituissero in una associazione nazionale e non è un caso che si debba a lei la felice intuizione del nome dell'associazione D.i.Re. La sua intelligenza e le sue riflessioni sempre lucide e profonde ci mancheranno, come la pacatezza con la quale interveniva alle assemblee, sempre dopo aver ascoltato con attenzione le altre compagne. Porteremo sempre con noi il ricordo della sua solarità e del suo sorriso.

venerdì 4 aprile 2014

Switch-Off: progetto Daphne rivolto agli orfani di femminicidio


In Italia dal 2001 al 2011 dono stati 1459 i femminicidi maturati in ambito familiare (dati ricerca Eures del 2012 sul femminicidio) e si stima che siano circa 1500 gli orfani sopravissuti all'uccisione della madre per mano del padre o di un partner. Ma otto volte su dieci, l'autore del femminicidio è proprio il padre che si suicida o viene condannato per il suo crimine.
A livello territoriale, il femminicidio avviene principalmente nelle regioni del nord Italia, e l'Emilia Romagna è la seconda regione (dopo la Lombardia) con maggior numero di femminicidi: 128 nel decennio compreso nella ricerca Eures, pari all'8,8% del totale.
Che cosa ne è dei bambini e delle bambine, o degli adolescenti sopravvissuti? Chi si cura di loro? Chi li aiuta a superare un trauma così devastante che li sradica dalle loro esistenze? Questo progetto ha l'obiettivo di dare delle risposte ma chiede la partecipazione di chi visse quel trauma nell'infanzia o nell'adolescenza e oggi da adulto può dare il suo contributo. Come? Raccontando la sua esperienza.
Dallo scorso autunno, il Dipartimento di psicologia della Seconda Università di Napoli con la collaborazione dei centri antiviolenza D.i.Re, sta realizzando il progetto Switch-Off , (Supporting WITness Children Orphans From Feminicide in Europe) un progetto internazionale che coinvolge anche gli Stati di Cipro e della Lituania con lo scopo di contattare coloro che da bambini o adolescenti vissero questa esperienza tragica. L'equipe di esperti che sta raccogliendo le loro testimonianze, vuole capire se le risposte istituzionali, sociali e familiari furono adeguate, se negli anni del buio improvviso, di quella frattura nelle loro vite, furono aiutati adeguatamente. Anna Baldry, è la psicologa e la coordinatrice del progetto che ha già raccolto molte testimonianze. Ha ascoltato esperienze differenti ma tutte con un comune denominatore: l’inadeguatezza delle risorse messe in campo per aiutare le vittime. Spesso i familiari che hanno avuto in affidamento gli orfani sono stati colpiti anche loro dal lutto, ed hanno bisogno di elaborare dolore e disperazione, ecco che la responsabilità di curare, assistere e sostenere i figli delle vittime può, in alcuni casi, essere un onere complesso da sopportare, e sono necessari aiuti e progetti adeguati. In alcuni casi la scomparsa di entrambi i genitori causa una peggioramento delle condizioni economiche per i figli, e minori risorse economiche condizionano o appesantiscono gli anni successivi al trauma. E’ necessario pensare progetti e mettere in campo azioni e interventi adeguati per ridurre il più possibile il devastante impatto negativo del trauma, scoprire le reali necessità e bisogni di bambini e adolescenti vittime di femminicidio, preparare raccomandazioni e linee guida da diffondere a livello europeo per affrontare il problema in maniera efficace. 
Gli adulti che hanno vissuto questo trauma durante l’infanzia o l’adolescenza, e che desiderano contribuire al progetto Scwith-off, possono raccontare la loro esperienza contattando la coordinatrice del progetto, Anna Baldry, scrivendo a info@switch-off.eu. Saranno garantiti anonimato e riservatezza.

martedì 1 aprile 2014

Diciamo NO alla caccia mediatica contro le donne che denunciano violenze familiari

Se le donne in fuga sono inseguite anche tramite gli echi mediatici: una lettera aperta contro la caccia sensazionalistica alle vittime di violenza.

Come associazioni impegnate sul fronte della prevenzione e contrasto alla violenza di genere, nonché a tutte le forme di abuso e maltrattamento sui minori, non possiamo che dirci preoccupate per quanto avvenuto il 27 marzo con la pubblicazione di un articolo sul Resto del Carlino, nella sua edizione di Ravenna, dal titolo "La mia compagna scomparsa con i figli. Chiesto l'intervento di Chi l'ha visto?". Un articolo dal tenore sconcertante se non addirittura inquietante per più motivi: primo tra tutti perché si è presentata in maniera distorta e parziale una situazione che doveva, invece, essere trattata con molta cautela perché coinvolge minori che si trovano in una situazione di gravi tensioni familiari, sfociate anche in atteggiamenti di violenza, sulle quali stanno indagando gli organi preposti; in secondo luogo, fatto forse ancora più grave, perché sia la legale del presunto abbandonato, sia il giornalista che ha redatto il pezzo (pubblicato senza firma), hanno, in maniera gratuita e con una leggerezza ingiustificabile, divulgato il luogo dove temporaneamente si trovavano, in condizioni di protezione, la donna è i bambini. Un atto irresponsabile che, esponendo alla morbosa curiosità dei lettori, sottopone ad un di più di stress psicologico e, forse, ad un rischio di incolumità fisica, persone già provate dalla difficile situazione familiare. Ma, infine, la cosa più grave nell'articolo richiamato consiste proprio nel fatto che, in alcun modo, il giornalista sente il dovere di dare conto del fatto che la reale sorte della '"presunta" scomparsa fosse a conoscenza tanto dell'uomo, quanto della sua legale. Infatti, secondo quanto evidenziato da Nadia Somma, presidente dell'associazione Demetra, nella sua diffida indirizzata alla trasmissione di Rai3, la legale era stata informata dai Carabinieri già la sera stessa dell'intervento operato in emergenza. Altro che "compagna scomparsa": forse il giornalista ha omesso doverosi approfondimenti, ma è davvero deplorevole che la legale e il suo assistito facciano finta di non sapere che, se invece di prendere contatti con la redazione di quotidiani locali e di trasmissioni televisive nazionali, si fossero rivolti ai dirigenti del servizio sociale, molto probabilmente il percorso di ripristino del diritto alla genitorialita', ritenuto leso, sarebbe già iniziato. 
 Per tacere del fatto che riteniamo che le uniche abilitate ad accertare i fatti, tanto più in situazioni così delicate, siano le Autorità giurisdizionali, nelle rispettive sedi, e non trasmissioni televisive o estemporanee indagini giornalistiche, che rispondono a logiche completamente diverse. Quello che ci preme rappresentare e rivendicare, a fronte di tale episodio, è il nostro essere parte attiva di un sistema di difesa della parte debole dei conflitti familiari, nonché l'assoluta necessità di sostenere una modalità di intervento che è una prassi consolidata in Europa e che punta - in caso d'intervento delle istituzioni preposte - prima di tutto a mettere in sicurezza, insieme alla "presunta" vittima, i minori, vittime "certe" del clima di violenza, non solo fisica, che si respira in una famiglia in cui è chiamata ad intervenire la forza pubblica per ripristinare se non proprio la serenità, almeno una parvenza di normalità. Nel contempo ci interessa censurare, insieme al comportamento dei giornalisti e del giornale, anche quello di una professionista che affida la sua importantissima quanto delicatissima funzione di rappresentanza d'interessi, per quanto di parte, alla spettacolarizzazione, al sensazionalismo e, comunque, a vie improprie e lontane dalle sedi deputate. 
 Infine, vogliamo evidenziare che i sistemi di contrasto alla violenza maschile, la tutela della vita e dell'incolumità delle donne, la lotta contro i femminicidi, la difesa dei minori dalla violenza assistita, NON SONO UN GIOCO, ma rispondono a logiche e procedure ferree e consolidate a livello europeo che l'Italia si è impegnata ad applicare quando nel giugno 2013, il Parlamento ha ratificato la Convenzione di Istanbul. 
 Logiche e procedure che nella nostra Provincia, grazie ai protocolli stipulati con tutti i soggetti interessati, diventano concrete reti di salvataggio, incisive azioni preventive e fondamentali percorsi di sostegno. Auspicando dunque, un intervento, quantomeno conoscitivo, degli Ordini professionali di riferimento, facciamo appello ad un aumento di vigilanza ed impegno di tutte le associazioni e delle organizzazioni coinvolte, nonché alla partecipazione attiva dei cittadini, perché non trovi alcuna eco l'atteggiamento di chi tenta di vanificare anni di sforzi, di ricerca, di sensibilizzazione, di crescita collettiva vissuti nell'interesse delle donne, dei bambini e di tutta la Comunità. 
Le associazioni Demetra Donne in Aiuto - Linea Rosa - SOS Donna - Dalla parte dei minori - Seconda Stella per l'affido familiare

sabato 22 marzo 2014

Presentate le Linee guida per i servizi sociali in materia di violenza contro le donne

Il 20 marzo, nella sede nazionale dell'Anci, (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) in via dei Prefetti 46, a Roma, sono state presentate le Linee guida per l’intervento e la costruzione di rete tra i Servizi Sociali dei Comuni e i Centri antiviolenza. Si tratta del primo importante e concreto obiettivo raggiunto dopo la firma (il 16 maggio 2013) del protocollo ANCI - D.i.RE. 
Da anni i centri antiviolenza costruiscono un lavoro di rete insieme a servizi sociali, forze dell'ordine, pronto soccorso, per sostenere al meglio le donne vittime di violenza, in quella vera e propria corsa ad ostacoli che è l'uscita da relazioni violente. In un Paese in cui mancano ancora i protocolli omogenei di intervento per il sostegno delle vittime e metodologie condivise, finalmente uno strumento utile a disposizione a rafforzare questa collaborazione. Titti Carrano, presidente D.i.Re: gli ostacoli nel collaborare, nel comunicare e nel condividere un’analisi di genere sulla violenza, rappresentano un impedimento ad affrontare le situazione di violenza, le ingiustizie, i drammi e che rischiano di tramutarsi in un ulteriore danno nei confronti delle donne. Questa guida vuole anche essere uno stimolo per ulteriori approfondimenti da svolgere a livello locale tra i Centri antiviolenza e i Servizi Sociali dei Comuni e per creare condivisioni di pratiche e di saperi utili per affrontare un problema diffuso e complesso come la violenza contro le donne.
Il coordinatore delle Anci regionali Alessandro Cosimi, esprimendo apprezzamento per il protocollo di intesa siglato nel 2013, si è assunto l’impegno di sollecitare i Comuni a sottoscriverlo per rafforzare il lavoro di rete con i centri antiviolenza, garantendo piena disponibilità delle Anci regionali ad affrontare il problema. Le linee guida, consultabili e scaricabili sui siti D.i.Re e Anci, sono un vademecum per approfondire la conoscenza della violenza, delle conseguenze psicologiche e fisiche sulle vittime, degli stereotipi e dei pregiudizi da sfatare, e contengono anche alcuni dati statistici sulla diffusione del fenomeno.  

mercoledì 26 febbraio 2014

L'onore e il destino: per abolire i matrimoni forzati

Izzat e Kismet/Honour and Fate: l'onore e il destino.. parole che si traducono, ancora per troppe donne, in crudeli condanne. A cui è necessario opporsi con strategie serie che, nella nostra regione, hanno già una storia importante.
Venerdi 28 Febbraio 2014 avrà luogo a Bologna il Convegno conclusivo del progetto di contrasto ai matrimoni forzati nella provincia di Bologna: agire sul locale con una prospettiva internazionale.
In tutto il mondo, i diritti delle donne vengono violati, con gravi conseguenze ove le donne decidono di opporsi all'imposizione di comportamenti e regole soffocanti. A partire dalla negazione dell'elementare diritto di scegliere con chi, e se e quando, sposarsi.
Per oltre 10milioni di ragazze e bambine ogni anno, ancora oggi l'imposizione violenta di matrimoni forzati (spesso con uomini anziani) è una durissima realtà, che viene attuata spesso anche sui nostri territori. Si tratta di imposizioni che trovano profonde radici negli squilibri di potere tra donne e uomini, in stereotipi e leggi patriarcali, basati sul consenso al controllo sociale sul corpo e sulle scelte sessuali delle donne. E' questo terreno "culturale" che consente il persistere, e rafforza, queste pratiche in molte comunità, dentro e fuori i paesi d’origine.
Molti Stati, per evitare la condanna internazionale rispetto al fenomeno delle spose bambine, hanno iniziato ad introdurre nelle proprie legislazioni il divieto di celebrare matrimoni precoci. Ma gli sposalizi forzati non avranno fine fino a quando non si cambierà la cultura che li legittima. E' per questo che anche in Italia (dove simili azioni sono decisamente fuori legge) tante bambine e giovani di familgie immigrate, anche se nate e cresciute nel nostro Paese, subiscono matrimoni forzati. A volte le loro storie vengono a galla: perché alcune tentano di sfuggirvi con il suicidio oppure finiscono vittime di femminicidi per aver osato ribellarsi. A volte semplicemente spariscono da scuola o dall’Italia, senza che nessuno abbia udito il loro grido d'aiuto.
Il progetto ‘Contrasto ai matrimoni forzati nella provincia di Bologna: agire sul locale con una prospettiva internazionale’ (realizzato da ActionAid e Trama di terre con contributo Fondazione Vodafone Italia) nasce con l’obiettivo di dare una risposta concreta per combattere questo fenomeno, proponendo strumenti utili alle operatrici/operatori dei servizi. Nel corso del convegno saranno presentate le prime Linee guida realizzate in Italia.
Appuntamento alla Regione Emilia Romagna, ore 9-18
Terza Torre, Viale della Fiera 8, Bologna
Saranno presenti: Teresa Marzocchi (Assessora alle Politiche Sociali Regione Emilia-Romagna); Beatrice Costa (Capo Dipartimento Programmi ActionAid Italia); Tiziana Dal Pra (Pres. Ass. Trama di Terre);  Barbara Spinelli (avvocata e consulente legale del Centro Antiviolenza di Trama di Terre); Tiziana Zannini (dirigente Uff. Affari Generali e Sociali Dip. Pari Opportunità presso Presidenza Consiglio dei Ministri); Meena Patel (ass. Southall Black Sisters, Londra); Nursel Kilic (Femmes Solidaires, International Free Women Alliance, Parigi), Corinna Ter-Nedden (Centro Papatya, Berlino), Cristina Cattafesta (Cisda - Coord. Italiano Sostegno Donne Afghane). Inoltre una rappresentante di Fondazione Vodafone, che ha sostenuto economicamente il progetto.
Tiziana Dal Pra, presidente di Trama di Terre: Abbiamo voluto fornire a operatori e operatrici indicazioni e strumenti utili a garantire l’effettiva protezione di donne e bambine, con la consapevolezza di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco esplorato in Italia. Per questo vogliamo porre all'attenzione della politica italiana questo tema, portando il nostro contributo, frutto del lavoro sul campo fatto negli ultimi 5 anni. La prima necessità è quella di riconoscere i matrimoni forzati come una delle forme di violenza contro le donne: per farlo bisogna uscire da logiche relativiste e neutre che lo ascrivono solo a una problematica culturale. Chiediamo che il contrasto ai matrimoni forzati sia inserito come uno dei punti del Piano Nazionale antiviolenza che auspichiamo venga al più presto approvato. 
Rossana Scaricabarozzi di ActionAid: I matrimoni precoci e i matrimoni forzati trovano profonde radici negli squilibri di potere tra donne e uomini e in stereotipi e leggi che rispecchiano l’idea che la donna debba ricoprire un ruolo sociale e familiare subalterno, regolato da modelli patriarcali. Per questo chiediamo all’Italia e agli altri paesi riuniti in sede delle Nazioni Unite che durante la prossima Assemblea generale si discuta di come inserire impegni specifici a contrasto dei matrimoni precoci e forzati nella nuova agenda globale per lo sviluppo dopo la scadenza degli Obiettivi del Millennio nel 2015.
Ricordiamo qui, infine, che Trama di Terre (oltre a promuovere questo progetto), ha gestito il primo rifugio in Italia per le donne scappate da matrimoni forzati e servizi di supporto alle donne che vi hanno transitato. Ha inoltre sviluppato attività di formazione e sensibilizzazione rivolte sia alla cittadinanza sia alle istituzioni, incentivando la condivisione di best practices a livello internazionale. 
Per info: stampa@tramaditerre.org,  tel. +39 334 7311570
Qui un breve video di Elders sulla dimensione del fenomeno dei matrimoni forzati a livello globale:

lunedì 24 febbraio 2014

Quali politiche di genere nel governo Renzi?

Nei giorni precedenti la formazione del governo, l’associazione nazionale D.i.Re aveva chiesto a Matteo Renzi di nominare una ministra alle politiche di genere; la richiesta di un ministero per le pari opportunità era stata avanzata anche da diverse associazioni e sul web era stato lanciato un appello firmato da oltre 50 associazioni. 
Ma il ministero per le pari opportunità non è presente nell'esecutivo e non è stato assegnato come delega a qualche ministero. Questa scelta preoccupa. E molto, perchè in un momento attraversato da una profonda crisi politica, economica e culturale che ha penalizzato particolarmente le donne non si può prescindere da un ministero che si occupi nelo specifico dei problemi delle donne. La politica italiana sollecitata dai centri antiviolenza non si è mai assunta pienamente la responsabilità delle risposte perché non ha compreso la portata e il significato del fenomeno della violenza alle donne e le sue conseguenze sulla società. Il fenomeno del femminicidio può essere combattuto con programmi e impegni concreti da parte di tutti i ministeri e con un dicastero con finanziamenti sufficienti per coordinare tutte le politiche tese ad eliminare la discriminazione tra i generi. Studi e statistiche internazionali puntualmente rivelano che l’Italia è il fanalino di coda in Europa, quanto ad occupazione femminile e a parità salariale tra uomini e donne. Una recente indagine Istat sul capitale umano, ha rilevato che le donne hanno carriere più brevi e salari più bassi anche se producono più degli uomini quanto a lavoro di cura e casalingo. L’obiezione di coscienza alla 194 e una pessima legge sulla fecondazione assistita, la legge 40, hanno minato profondamente il diritto all’autodeterminazione delle donne e il loro diritto alla salute, e sono state espressione di scelte ideologiche oscurantiste che vogliono controllare il corpo delle donne. La rappresentazione della figura femminile nei media, nella pubblicità come oggetto sessuale è stata la conseguenza del gender gap che ha sottratto alle donne diritti, dignità, opportunità e libertà. Dal 2000 al 2012 sono state uccise in Italia 2200 donne. Nel 2013 le state 128 rispettando la triste statistica di una donna uccisa ogni due o tre giorni. Rashida Manjoo special rapporteur dell’Onu sul problema della violenza alle donne, due anni fa, aveva ammonito l’Italia dicendo “In Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale”. I centri della rete nazionale accolgono migliaia di donne l’anno e sono testimoni di quella dura corsa ad ostacoli che è ogni percorso di uscita dalla violenza: tra vittimizzazioni secondarie, richieste di aiuto inascoltate, incapacità di riconoscimento del problema nelle sedi istituzionali che dovrebbero essere in prima linea a sostenere le vittime. Per anni sono state denunciate le carenze e le inadeguatezze delle politiche di contrasto alla violenza contro le donne, e per anni è stato ripetuto che le risposte securitarie non sono sufficienti e non sono l’unica risposta contro il problema del femminicidio. I Centri antiviolenza hanno partecipato ai tavoli interministeriali avviati durante il Governo Letta per indicare quali interventi, strategie, politiche e progetti sono necessarie per sostenere le vittime, i loro figli e le loro figlie, quali azioni servono per prevenire la violenza sessista e quali risorse devono essere messe in gioco per attuare un cambiamento culturale. Non sappiamo oggi che cosa sarà dei contributi portati su quei tavoli frutto della nostra più che ventennale esperienza, né sappiamo se le nostre indicazioni saranno accolte. Siamo ancora in attesa del rinnovo del Piano Nazionale contro la violenza e non sappiamo se saranno previsti finanziamenti certi e costanti per i centri antiviolenza. In un clima di continue incertezze, evanescenze, slogan e proclami mai seguiti da azioni e da politiche efficaci, la scelta di Matteo Renzi di negare alle italiane un ministero per le politiche di genere o per le pari opportunità è inaccettabile. La nomina di un esecutivo diviso equamente tra ministri e ministre in un contesto come quello italiano, se non sarà seguito dall’attuazione di politiche efficaci si rivelerà una operazione demagogica e di facciata: le quote rosa non sono sufficienti. Le quota rosa a ben poco servono quando alle donne viene negata una piena partecipazione alla vita economica, culturale e politica del Paese. Queste pari opportunità ci paiono un privilegio delle donne dei Palazzi della politica che chiude le porte ai diritti e alle opportunità per le donne che ne sono fuori.