venerdì 10 ottobre 2014

In principio era il buio? No! In principio erano le società matriarcali

Il 9 ottobre, Heide Goettner Abendroth ha presentato, nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo. Nata in Germania nel 1941, ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia nel 1973 presso l'Università di Monaco. Dopo aver lavorato per vari anni in ambito accademico ha deciso di staccarsene per dedicarsi completamente e in modo indipendente agli studi delle società matriarcali con l'obiettivo di indagarne gli aspetti sociali, politici, artistici e spirituali.
Nel 1986 ha fondato l’Accademia Hagia per gli Studi Matriarcali Moderni, punto di riferimento internazionale della spiritualità della Dea e per la costruzione di nuovo paradigma culturale fondato sulla cura su l rispetto della Madre Terra e la spiritualità femminile. Quelle matriarcali erano società pacifiche che conoscevano il senso del limite che non sfruttavano la natura o altri esseri viventi. Si fondavano sull’uguaglianza e non conoscevano rapporti di dominio o di potere dove la relazione tra donne e uomini era su una base egualitaria. Abendroth grazie al suo libro ci offre una lettura appassionante sulle origini e la struttura di quelle culture, alla ricerca dello spirituale femminile, rimosso dalle società fondate sul dominio e sul patriarcato, e mai perduto. Il matriarcato inteso come “all’inizio le madri” e non come dominio delle madri è esistito nel passato ed è sopravvissuto sotto forme politiche e religiose imposte dall’esterno. Così, spiega, rispondendo ad alcune domande, erano le società che i moderni studi matriarcali ci stanno rivelano, fondate sul lavoro di cura e sull’economia del dono.
Ma perché ci sono state resistenze nei confronti degli studi delle società matriarcali?
In passato gli studi matriarcali tradizionali, cominciati da Bachofen nel 1861 e da Morgan nel 1851, non sono stati approfonditi perché erano frammentati e distorti. Erano infarciti di ideologia occidentale patriarcale e di pregiudizi maschili e di una mancanza di definizione chiara e appropriata. Lo stesso discorso vale per gli archeologi e gli antropologi che hanno trattato questo argomento . Ecco perché il “matriarcato” è sempre stato erroneamente definito come il “potere delle donne” e ha fatto introdurre termini distorti ancora più deboli come “matristico, matrilocale, gilanico” ecct. Quando si è arrivati a una definizione chiara e scientifica, i Moderni Studi Matriarcali hanno iniziato a entrare in gioco. Qui il “matriarcato” definisce società centrate sul materno, in cui vige uguaglianza tra i genere. Non c’è dominio di un genere su un altro. Queste società sono orientate al bisogno e non al potere e tutte le decisioni vengono prese secondo il metodo del consenso da tutti i membri della comunità.
Quali sono le testimonianze “più forti” dell’esistenza nell’antichità di un lungo periodo in cui le società vennero governate da culture matrilineari?
Le società matriarcali esistenti sono nuovamente fonte di ricerca rinnovata e da esse gli studiosi possono imparare a reinterpretare le società pre -patriarcali che in passato sono state poco comprese a causa di una proiezione dell’ideologia patriarcale e di un pregiudizio maschile derivante dal passato. Alcuni archeologi come M. Gimbutas e archeo linguistici come Haarmann, iniziarono già questo percorso analizzando i reperti nei loro rispettivi campi di studio.
E’ possibile che la consapevolezza dell’esistenza di società matriarcali e la maggiore conoscenza della loro organizzazione possa diventare un modello di riferimento per cambiare il nostro modo di ripensare la società e la relazione tra donne e uomini e anche della relazione con la natura e l’ambiente?
Certamente! Non solo è possibile, ma sta già avvenendo. Negli ultimi decenni, i Moderni Studi Matriarcali hanno avviato un ampio campo di conoscenza che include un nuovo paradigma sociale sia per le relazioni tra uomini e donne che tra umani e natura.
La riscoperta delle società matriarcali potranno contribuire al recupero e valorizzazione del femminile simbolico?
Una nuova e appropriata comprensione delle società matriarcali non solo valorizza il femminile simbolico, ma aiuta a riconsiderare il ruolo delle donne e degli uomini nella società, l’economia, la politica, e la cultura in generale. La gerarchia patriarcale in queste società non esiste così come non c’è violenza sulle donne o sui bambini. La gente si organizza in modo collaborativo e nell’uguaglianza. Uomini e donne hanno le loro sfere di azione, di economia e di ritualità, entrambe le sfere sono collegate in modo complementare, così come esiste sia la sfera di un simbolismo femminile che di un simbolismo maschile. Il simbolo del materno è il prototipo, perché il matriarcato si basa sui valori materni come la cura, il nutrimento, la negoziazione, la costruzione della pace: valori che riguardano sia gli uomini che le donne.
Come possiamo recuperare il valore del dono in un mondo dove il denaro e la finanza stanno contaminando ogni aspetto della vita di ogni essere umano mettendo in discussione diritti, cambiando il senso delle relazioni umane e persino il rapporto con il nostro corpo proposto sempre più come un prodotto. E’ possibile vincere contro sistemi così forti?
L'economia del dono, secondo il pensiero di Geneviève Vaughan, è la base dell'economia nelle società matriarcali. I beni circolano come dei doni, l'ideale non è l'accumulazione ma la loro distribuzione che rende migliore la vita di ciascuno/a . Questo, anche, è un principio materno. Gli occidentali consapevoli non sono interessati a vincere contro i sistemi forti, piuttosto si organizzano in movimenti e cerchi alternativi, che se crescessero di numero provocherebbero un impoverimento dal basso dell'economia monetaria e di altri sistemi di sfruttamento. Si tratta di rifiutare di far parte di questi sistemi di dominio, della mercificazione della nostra vita e di vivere in un altro modo. Tutte e tutti possiamo far parte di questo rifiuto, se lo desideriamo!

venerdì 3 ottobre 2014

Per una finanza etica: incontriamoci a Ferrara

La Finanza Etica a Ferrara, in occasione del Festival di Internazionale.


• Venerdì 3 ottobre, al Chiostro di San Paolo, h. 19
Il valore dei soldi Ugo Biggeri (autore del libro e Presidente di Banca Etica ed Etica SGR) e Debora Rosciani - Radio24) presentano il libro "Il valore dei soldi"

• Sabato 4 ottobre, al Cinema Apollo, h. 14
La lobby più potente del mondo: ne parlano Kenneth Haar (della Corporate Europe Observatory,  autore della ricerca “The fire power of the financial lobby”); Aline Fares (Finance-Watch); Ugo Biggeri (pres. di Banca Etica); Modera Nunzia Penelope, (autrice di “Caccia al tesoro”, “Soldi Rubati”, “Ricchi e Poveri”).
Conoscere l'esercito di lobbisti della finanza che affollano le istituzioni europee (definiti dall'ex Commissario Europeo Algirdas Semeta "la lobby più potente del mondo") e le loro attività è necessario per riuscire ad agire nella direzione di limitare l'influenza nefasta dei poteri finanziari e tentare di definizione nuove regole per una finanza trasparente e al servizio dell'economia reale.

giovedì 25 settembre 2014

Siglato il protocollo di intesa tra ANCI Emilia-Romagna e i Centri Antiviolenza dell'Emilia Romagna

Il Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza e l'Anci Emilia Romagna, il 22 settembre scorso, hanno sigliato un protocollo di intesa per realizzare iniziative e progetti a sostegno di donne vittime di violenza.
Sono 13 i Centri Antiviolenza che aderiscono al Coordinamento e alcuni di questi fanno parte anche dell'associazione nazionale D.i.Re. Da anni i Centri del Coordinamento collaborano a progetti per donne vittime di violenza e raccolgono dati statistici sulle donne accolte che ogni anno, sono in media più di tremila. Il documento firmato da Angela Romanin, vicepresidente del Coordinamento dei Centri antiviolenza e da Daniele Manca, presidente ANCI regionale, rispecchia il protocollo di intesa firmato il 16 maggio 2013 da D.i.Re e dall'Anci nazionale e prevede una forte collaborazione tra istituzioni e centri antiviolenza per migliorare la qualità degli interventi di contrasto alla violenza maschile contro le donne. Tra gli obiettivi quello di colmare la lacuna della carenza di posti letto per donne vittime di violenza inserendo nei Piani Distrettuali per la Salute e il benessere sociale di ogni ambito territoriale un Centro antiviolenza ed una Casa Rifugio con finanziamenti adeguati che diano stabilità al progetto e di favorire il lavoro di rete tra istituzioni e centri antiviolenza. Un altro aspetto importante del protocollo riguarda la formazione che sarà rivolta agli operatori socio sanitari e di giustizia che accolgono le richieste di aiuto delle donne e tutte le attività di sensibilizzazione al problema della violenza con il coinvolgimento degli istituti scolastici.
I contenuti del Protocollo e delle Linee Guida per il contrasto alla violenza maschile, rivolte agli operatori e alle operatrici dei Servizi Sociali approvate da ANCI regionale e D.i.re saranno presentati agli amministratori locali e ai dirigenti dei Comuni, delle Unioni e delle ASP, e con loro discussi, in un Seminario che si svolgerà il 7 ottobre a Bologna. Sarà il primo momento di attuazione del Protocollo in vista, peraltro, del 25 novembre Giornata Internazionale Contro la Violenza alle donne.

domenica 14 settembre 2014

Bologna 17-21 settembre: il festival del cinema lesbico

Bologna, dal 17 al 21 settembre Some prefer cake, ottava edizione del festival del cinema lesbico, con un ricco programma, quest'anno dedicato ad Audre Lorde. Scrivono Luky Massa e Marta Bencich:
Scrivono Luky Massa e Marta Bencich: Audre Lorde ci ha accompagnate e ispirate negli anni con la forza della sua opera e della sua etica, dal convegno Il valore della differenza, che abbiamo organizzato a Bologna nel 2006, fino a quest’anno, in cui finalmente vediamo pubblicate due delle sue opere in italiano:
Zami - che in italiano ha per titolo Zami. Così riscrivo il mio nome: una biomitografia, a cura di Liana Borghi per la traduzione di Grazia Dicanio (Edizioni Ets), e Sorella Outsider
e Gli scritti politici di Audre Lorde, per la traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida (Edizioni Il Dito e la Luna).
Entrambe le pubblicazioni verranno presentate all’interno del festival.
A dare il suo volto all’ottava edizione di Some Prefer Cake è Ruby Rose, vj per MTV Australia, dj, modella, conduttrice tv, attrice e ora anche regista, dichiaratasi lesbica fin dall’età di 12 anni: un inno alla visibilità, che da sempre è lo strumento più efficace per decostruire modelli e stereotipi e per creare la nostra comunità.
46 film, di cui 23 prime italiane, 10 lungometraggi narrativi e tante biopic, quest’anno davvero numerose e significative, creano un mosaico di ritratti di lesbiche e donne straordinarie che hanno segnato il pensiero e la cultura degli ultimi decenni. La scrittrice francese Violette Leduc, la pittrice cino-americana Bernice Bing, la teorica chicana Gloria Anzaldúa, la coreografa statunitense Elizabeth Streb, la scrittrice afroamericana Alice Walker, l’attivista femminista parigina Thérèse Clerc e la scrittrice finlandese di libri per l’infanzia Tove Jansson. E non dimentichiamoci la poeta americana Elizabeth Bishop e l’architetta brasiliana Lota de Macedo Soares, raccontate superbamente dalla fiction Reaching for the Moon, a SPC 2014 in prima italiana.
In ogni edizione esploriamo un nuovo paese e, dopo l’India e la Cin,a quest’anno volgiamo il nostro sguardo all’Argentina, che con due film della regista Liliana Paolinelli e un documentario sul gruppo punk femminista Kumbia Queers ci travolge col suo spirito estroso, surreale ed eccessivo, ma anche molto franco e concreto. Come ogni anno, oltre ai film, Some Prefer Cake propone ospiti internazionali, incontri con le registe, presentazioni di libri, mostre, performance, aperitivi con dj-set, l’official party.
Fra lesbiche punk che suonano la cumbia, nonne kung fu, acrobate in volo, pinguine testarde, lesbiche zombie e regine follemente innamorate continuiamo a celebrare la ricchezza del cinema lesbico!

lunedì 18 agosto 2014

Blog Donne della Realtà: sulla donna scappata dal marito che la massacra di botte

Il 14 agosto sul blog Donne delle realtà è stato pubblicato Sull’ autobus, con la donna scappata dal marito cocainomane che la massacra di botte, di Paola Ciccioli. E’ il racconto di una donna vittima di violenza. L’ho letto con molto interesse fino al punto in cui la giornalista spiega che cosa è accaduto dopo che la donna si è rivolta ad un Centro antiviolenza. Riporto il brano del post: “Sono appena stata al Centro Antiviolenza e mi hanno detto che presenteranno la denuncia alla Procura della Repubblica. Accidenti, la denuncia non ci voleva. Adesso, come faccio?…Sono arrivata questa mattina presto in treno. Poco dopo la stazione ho visto una chiesa, sono entrata, c’era la messa. Ho aspettato che finisse e poi sono andata a parlare con una suora. Le ho spiegato di mio marito, delle botte, che sono scappata. Le ho chiesto se poteva aiutarmi anche a trovare un posto per andare a dormire. E la suora mi ha detto: Certo. Poi mi ha dato l'indirizzo del Centro antiviolenza e ci sono andata subito. Ma adesso parte la denuncia, manderanno i servizi sociali per i miei figli. Lui se la prenderà con me, dirà che ho sfasciato la famiglia. Come faccio? Cosa succederà? Ho paura".
Qualcosa non torna. E’ un peccato che la giornalista non abbia saputo a quale Centro Antiviolenza si fosse rivolta la donna anche se è comprensibile che fosse tesa ad ascoltare piuttosto che a prendere informazioni. Credo che questa storia sia emblematica per comprendere la differenza metodologica dei Centri antiviolenza aderenti a D.i.Re, che in Italia hanno fatto emergere il problema della violenza e che operano mettendo la donna al centro dei percorsi. La vicenda è accaduta a Milano e dubito fortemente che il Centro Antiviolenza in questione possa essere la Casa delle Donne Maltrattate di Milano. Un Centro antiviolenza non presenta denunce di propria iniziativa per molti motivi. L’autorità giudiziaria persegue i reati quando viene fatta una querela di parte (in questo caso è solo la persona interessata che la può fare) oppure procede d’ufficio: dipende dalla gravità del reato. Il reato di maltrattamento, ad esempio, è perseguibile d’ufficio. In un Centro antiviolenza la denuncia penale è una scelta della donna che non deve essere coartata o condizionata. Il consenso della donna e la sua intima adesione ad un percorso di uscita da una relazione violenta sono condizioni necessarie per insaturare una relazione di aiuto. Le donne devono poter esprimere la loro autodeterminazione. Nel racconto la donna sembra aver subìto l’azione penale e commenta la sua storia come se fosse stata abbandonata a se stessa. In un Centro la prima preoccupazione è trovare l’ospitalità per la donna insieme ai figli, lasciarle il tempo di decidere se denunciare e cosa fare, spiegando passo passo cosa può fare un Centro e cosa le accadrà. E ancora: è del tutto inusuale che fin dal primo incontro di accoglienza una donna sporga denuncia penale. Nel primo incontro la donna è accolta ed ascoltata, prima di agire (a patto che non ci siano situazioni di imminente pericolo)si deve capire. In secondo luogo, le operatrici dei centri antiviolenza non sono pubblici ufficiali e non possono fare segnalazione di reati presso la Procura. Sono tenute all’anonimato e alla segretezza circa quello che viene loro rivelato. La modalità di intervento di questo ‘Centro antiviolenza’, pare essere quello di un luogo istituzionale dove operano psicologhe che in qualità di pubblico ufficiale possono segnalare alla Procura della Repubblica eventuali reati e procedere con l’immediato coinvolgimento del servizio sociale per avviare procedure che riguardano i figli o le figlie. I luoghi istituzionali o semi-istituzionali fondano i loro interventi sull’applicazione di procedure rigide e non sul riconoscimento dell’autodeterminazione e della soggettività della donna. In un luogo istituzionale il progetto è proposto (o talvolta imposto) alla donna, in un Centro Antiviolenza la donna è la protagonista del proprio progetto di allontanamento da una relazione violenta. Purtroppo in Italia non esiste ancora una chiara definizione di Centro Antiviolenza. Un problema che ha reso possibile quella distribuzione di fondi a pioggia, recentemente decisa in conferenza Stato Regioni, che ha sollevato le proteste di D.i.Re e che ha incluso luoghi differenti e distanti dalla metodologia dei Centri antiviolenza storici, come molte associazioni che non si occupano specificatamente di violenza contro le donne (ad esempio il Movimento per la Vita e altre).
Il 24 luglio D.i.Re e altre organizzazioni non governative hanno presentato il Rapporto sull’attuazione della Piattaforma di Pechino per il quinquennio 2009-2014 per spiegare che cosa veramente è stato fatto dal Governo italiano in tema di diritti delle donne. Uno dei punti critici è la mancanza di chiarezza e di omogeneità, a livello nazionale, della definizione di Centro Antiviolenza e dei criteri atti a definire le caratteristiche dei servizi e delle strutture finalizzate ad accogliere ed ospitare le donne ed i loro figli. Inoltre manca la definizione e il riconoscimento della figura dell’operatrice di accoglienza. Oggi qualunque luogo può fregiarsi della qualifica di ‘Centro antiviolenza’ e può operare senza alcuna verifica delle competenze e della metodologia che attua ma soprattutto non è tenuto ad informare la donna sulla differenza tra luogo istituzionale e luogo privato. Le donne che chiedono aiuto devono sapere come lavorano i Centri Antiviolenza a cui si rivolgono, che siano pubblici o privati, e devono poter scegliere se affidarsi, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie.

sabato 16 agosto 2014

D.i.Re Donne in Rete ha ottenuto lo Status Consultivo al Consiglio Economico Sociale dell’Onu

L’associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, ha ottenuto lo status consultivo nel Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) e sarà iscritta all’anagrafe delle organizzazioni non governative dell’Onu. Un nuovo impegno per le donne dei centri antiviolenza, che hanno accolto con gioia la notizia dell’ammissione della domanda fatta circa un anno fa. Il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite ha tra i suoi vari scopi quello di aiutare gli Stati a raggiungere accordi per promuove il rispetto e l’osservanza dei diritti umani universali e la difesa dei diritti delle donne.
I 67 centri antiviolenza che aderiscono a Donne in Rete sono un osservatorio privilegiato sul fenomeno della violenza maschile contro le donne. I Centri lavorano per sostenere le donne che subiscono violenza e verificano sul campo le difficoltà e gli ostacoli che le donne incontrano per conquistare autonomia, dignità e libertà. Il prestigioso riconoscimento ottenuto rafforzerà l’impegno dell’associazione nazionale D.i.Re per affermare i diritti delle donne e superare gli ostacoli che rallentano il processo di libertà delle donne nel nostro Paese. Intanto, in Italia le cose non vanno affatto come dovrebbero per i diritti delle donne e la parità tra i generi. Nello scorso mese di luglio D.i.Re insieme ad altre associazioni  impegnate sul campo dei diritti delle donne, ha stilato una rilevazione quinquennale sul Rapporto sull’attuazione della Piattaforma d’Azione di Pechino,  che denuncia lacune e arretratezze non rilevate nella relazione 'ufficiale' fatta dal Governo. Nell’ultimo quinquennio, l’Italia è stata richiamata più volte per la latitanza della politica in tema di uguaglianza e libertà delle donne. Le principali criticità sono: la carenza di un sistema di raccolta, analisi e diffusione di statistiche di genere, che potrebbe consentire il monitoraggio e la valutazione di politiche da attuare; l’elevato livello di povertà femminile soprattutto nelle famiglia monoparentali e il continuo impoverimento del welfare; l’insufficiente difesa della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi; il basso tasso di occupazione delle donne e la precarietà: condizione condivisa dalle giovani e delle over 40. Tra questi problemi non manca la questione della violenza maschile sulle donne in attesa di un complesso ed efficace sistema di contrasto e l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul.
Nel 1995 il Piano di Azione di Pechino indicava precisi obiettivi da realizzare; ma ancora oggi l’impegno dei governi italiani che si sono succeduti è stato solo formale e le risposte sono state di carattere demagogico ed emergenziale. Venti Regioni italiane hanno approvato leggi sulla violenza contro le donne spesso senza finanziamenti adeguati e, soprattutto, non è mai stata fatta chiarezza sulla definizione di Centro Antiviolenza, né sono mai stati definiti criteri per le caratteristiche dei servizi e degli interventi delle strutture che devono accogliere donne vittime di violenza e i loro figli. E ancora: le politiche di sistema sono un miraggio. E’ vero che è stata approvata la Convenzione di Istanbul ma senza un quadro articolato di misure in adempimento degli obblighi che sono derivati dalla ratifica, il trattato europeo rischia di restare lettera morta. A questo punto la differenza la potranno fare solo le donne dei movimenti e la politica che saranno in grado di fare.
di Nadia Somma

martedì 12 agosto 2014

Quanto vale il lavoro delle donne nei Centri Antiviolenza?

Il 30 settembre la prima convenzione del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto si concluderà. Le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali per chiedere un' implementazione dei progetti del centro antiviolenza, aumentando il finanziamento all'associazione anche in previsione dell'apertura della Casa Rifugio. 
Una struttura arredata e sistemata con le sole forze delle volontarie, che non avrà costi di locazione perche' di proprietà di una concittadina che ha stipulato un contratto di comodato con l'associazione. La Convenzione di Istanbul,in vigore dal 1° di agosto, indica ai Paesi che l'hanno sottoscritta, di sostenere le organizzazioni non governative, la legge quadro per la parità contro le discriminazioni di genere, varata dalla Regione Emilia Romagna lo scorso mese di giugno, riconosce il valore dei centri antiviolenza, il protocollo Anci - D.i.Re sottoscritto nel maggio 2013 anche; ma saranno sufficienti studi, linee guida, trattati internazionali, firme su firme e dichiarazioni di intenti in assenza di una volontà politica di intervenire strutturalmente sul fenomeno? L'indagine Quanto costa il silenzio? realizzata da Intervita Onlus ha fatto un calcolo dei costi della violenza contro le donne: il silenzio sul femminicidio costa 16,7 miliardi di euro, piu' di una legge di stabilità. Gli investimenti invece sono solo di 6,3 milioni di euro. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26mila euro al minuto. Nella nostra realtà locale dopo nove anni di attività politica e di servizi svolti a titolo di volontariato che hanno fatto emergere il problema dove non era mai stato misurato, l'associazione Demetra Donne in Aiuto, nel settembre 2013, ha ottenuto la prima Convenzione con l'Unione dei Comuni della Bassa Romagna che ha finanziato il progetto P.Eg.A.S.O. (Progetto Emergenza Accoglienza Sostegno ed Ospitalità. Questo ha permesso l'apertura del Centro Antiviolenza per tredici ore settimanali (invece delle quattro ore precedenti) e un servizio di osiptalità in emergenza dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 23, senza soluzione di continuità. Il finanziamento previsto per il progetto era di 18 mila euro che è stato suddiviso in 13mila 200 euro per le due operatrici che si alternavano settimanalmente per l'emergenza e 3mila 800 per l'operatrice che lavorava all'accoglienza. E' sufficiente fare un calcolo aritmetico per capire che la retribuzione netta delle operatrici del'emergenza è stata di 450 euro al mese per 308 ore di reperibilità (retribuzione che ha eslcuso gli interventi ed i rimborsi spese).

L'operatrice dell'accoglienza è stata invece retribuita con 230 euro nette per 36 ore mensili. Una scommessa che le operatrici hanno accettato per un anno, consapevoli di fare un notevole monte ore di lavoro non retribuito adeguatamente con l'obiettivo di dare maggiori risposte al problema della violenza, in attesa di un più forte sostegno delle istituzioni. L'associazione ha provveduto a reperire fondi con privati per aumentare di 100 euro mensili il compenso delle due operatrici dell'emergenza e di 70 euro quello dell'operatrice di accoglienza e per pagare altre spese. I mille euro avanzati dal finanziamento sono stati spesi per bollette telefoniche, cancelleria ecc. Se facciamo un bilancio dal 1 ottobre 2013 al 31 luglio 2014, sono state svolte 86 ore settimanali retribuite dal progetto P.Eg.A.S.O. Progetto Emergenza Accoglienza Ospitalità per 34 settimane per un totale di 2mila 924 ore. Le ore di volontariato (2948 h 50’) hanno superato quelle retribuite (2924). Nel 2012 le ore di volontariato erano state 1139, ed erano calate rispetto al periodo comnpreso tra il 2007 ed il 2010 quando il progetto ospitalità in emergenza venne sospeso in quanto era finanziato con 3mila 500 euro annui, di fatto era realizzato con il solo volontariato e con spese tutte a carico dell'associazione. Con la convenzione le ore di volontariato sono aumentate: questo significa che quanto più le istituzioni sostengono con finanziamenti i centri antiviolenza tanto più si implementa l’attività di volontariato. I motivi sono da riscontrare nella maggiore razionalizzazione e organizzazione del lavoro che grazie al supporto di operatrici retribuite ha prodotto un maggior tempo investito nella formazione e nel coinvolgimento di nuove volontarie per realizzare nuovi progetti. Le ore retribuite sono da suddividere tra 2618 h dedicate all’emergenza e 306 dedicate all’accoglienza delle donne. Se si sommano le ore di accoglienza retribuite dalla convenzione (306) a quelle svolte a titolo di volontariato (647) si giunge a complessive 953 ore di accoglienza dedicate alle donne nel periodo dal 1 ottobre al 31 luglio da cui si evince che l’associazione Demetra è impegnata nelle sole ore di attività dell’accoglienza, dal lunedì al venerdì per 5 ore e mezza giornaliere. Le ore realizzate grazie al progetto P.EG.A.S.O sono da suddividere tra 2618 h dedicate all’ospitalità in emergenza e 306 dedicate all’accoglienza delle donne. L’ospitalità in emergenza è quella che ha necessitato della metà delle ore di attività svolte dall’associazione (53%) al secondo posto l’accoglienza (16%), al terzo la formazione e la supervisione (6%) e poi le consulenze legali (5,1%). Il lavoro d’equipe che consiste in riunioni e organizzazione del lavoro è al quinto posto (4,5%), seguono redazione di materiale informativo e progetti (3,5%), allestimento Casa Rifugio (3,4%), accompagnamenti (2,9%), contabilità (1,7%), eventi (1,5%), sportello lavoro (0,8%), Coordinamento Regionale dei centri antiviolenza (0,8%), Osservatorio Regionale sulla violenza (0,5%), D.i.Re Donne in Rete (0,3%). Si tratta di una notevole somma di ore che impegnano un numero di 15 socie e sei consulenti (sei donne ed un uomo, un avvocato) e che mantengono in vita un progetto che altrimenti non sarebbe possibile realizzare. Se si calcola invece economicamente il volontariato tenendo conto di una retribuzione di 15 euro all'ora, si verifica che tradotto in termini economici, il centro antiviolenza Demetra ha prodotto un lavoro pari a 44mila 220 euro. La cifra è calcolata per difetto. Ho descritto la realtà del centro antiviolenza Demetra ma tutti questi sono progetti che se non fossero realizzati dai centri antiviolenza non troverebbero alcuna prosecuzione, in quanto le istituzioni non li realizzano. Sarebbe sufficiente razionalizzare le spese per dare sostegno adeguato ai centri antiviolenza e senza cifre esorbitanti rispetto ai costi della violenza. La Regione Emilia Romagna sta provvedendo a verificare il censimento di case rifugio e centri antiviolenza rispetto a quanto era emerso dalla Conferenza Stato Regioni quella che ha stabilito criteri per i quali ad ogni centro antiviolenza spetterebbero 3500 euro l'anno. In attesa di risposte istituzionali il lavoro delle donne dei centri antiviolenza mantiene in essere, nonostante tutto, progetti per la salute e la vita delle donne. Ma fino a quando? 
di Nadia Somma